Dopo il 2 novembre

L’ULTIMA TROVATA: L’AMERICA E’ SPACCATA IN DUE!

 

Ospite della Televisione Svizzera, prima delle elezioni, mi è stato possibile esaminare alcuni degli spot pubblicitari proposti agli elettori durante la campagna per White House sia da John Kerry che da George Walker Bush.

Ebbene, evidentissima, abissale la differenza: lo sfidante parlava al cervello dello spettatore, il presidente, mirava naturalmente e direttamente al cuore! Kerry era freddo, razionale e, alla fin fine, distaccato e distante, Bush toccava profondamente i sentimenti e coinvolgeva emotivamente tanto era ‘vero’.

George Walker ha vinto perchè ha saputo parlare agli americani di valori etici, di morale, perchè li ha chiamati, numerosissimi, a difendere la vita (condannando l’aborto), la famiglia (battendosi contro ogni ipotesi di matrimonio fra omosessuali), il Paese tutto (contro la minaccia del terrorismo).

Non c’è da meravigliarsi se la decadente Europa – che si prende gioco di tutto ciò incapace come è perfino di riconoscere le proprie origini cristiane – avendo, con pochissime eccezioni, tifato smaccatamente per Kerry, resta delusa, sorpresa e smarrita guardando agli esiti delle votazioni USA.

Sui quotidiani italiani, poi, da sempre, si dà spazio alle opinioni e alle preferenze democratiche dei vari Woody Allen (peraltro, grande regista), del premiatissimo ed ottimo Paul Auster, dell’egregio pittore Julian Schnabel, degli attori di Hollywood, dei vari rocchettari, dei Michael Moore del momento (incredibilmente premiato a Cannes con il suo ‘filmettino’) e proprio per questo, alla fine, i lettori non capiscono un bel nulla della politica americana e rimangono sorpresi.

Ma insomma, si chiedono smarriti, Robert Redford e Bruce Springsteen sono per Kerry e poi vince quel bifolco di Bush? Come è possibile?

Non sanno i ‘professori’ (inviati e i corrispondenti magari da trent’anni negli USA) che i veri Stati Uniti sono tutt’altro. Al di là di New York, Boston, Los Angeles, Chicago e San Francisco esistono immense pianure e grandi montagne abitate da gente fedele ai valori che solo i repubblicani oggi rappresentano. Non sanno che oltre ai giornali nazionali molto chic, infinite sono le testate locali forse un po’ ruspanti ma di certo su posizioni opposte dal punto di vista politico. Non sanno che le tv e le radio di ogni Stato e di ciascuna contea hanno molta più presa della stessa CNN.

Non per nulla (e, dopo averlo scritto nel mio saggio e, in più occasioni e da tempo, sui giornali italiani ed esteri, ho dovuto ripeterlo molte volte in televisione nel corso delle diverse trasmissioni  dedicate alle elezioni dalla Rai suscitando la meraviglia di buona parte dei presunti esperti che mi stavano d’attorno), dal primo confronto tra democratici e repubblicani (nel lontano 1856) i presidenti eletti appartenenti al partito di Kerry sono stati solamente nove e quelli repubblicani sedici. Non per niente il partito di Bush ha governato molti più anni e quando, raramente, ha perso è stato in ragione di proprie divisioni interne (1912), in conseguenza della Grande Depressione (1932) o di gravissimi scandali (1976).

Di tutti i capi di Stato democratici solo Grover Cleveland, vittorioso nel 1884 e nel 1892, John Kennedy, nel 1960, e Bill Clinton (che comunque approfittò di una stasi economica), nel 1992 e nel 1996, sono stati capaci di arrivare a White House senza cavalcare un momento di grave crisi che invitava gli americani a cambiare.

Ora, a risultato a favore di Bush acquisito, gli stessi che pontificavano sull’imbattibile Kerry  e sul suo immancabilmente luminoso destino vengono a dirci che per ‘colpa’ del confermato presidente adesso gli USA sono “spaccati in due” e per questo si stracciano le vesti.

Non sanno, poverini, che in un sistema politico quale quello americano il risultato elettorale è sempre tale da dividere il Paese pressappoco in due, tranne, ovviamente, quando per lo scranno presidenziale concorra un terzo candidato più consistente dell’insignificante Ralph Nader del 2004 (per esempio, George Wallace nel 1968 e Ross Perot nel 1992 e nel 1996).

 

A PROPOSITO DI SONDAGGI, EXIT POLLS E ‘VOTO PLEBEO’

 

A bocce ferme, in forma di domanda, una doverosa annotazione a margine delle elezioni per esaminare brevemente un particolare di non poco conto ad esse collegato. Come mai i sondaggi pre voto e gli exit polls non hanno previsto affatto, i primi, l’esito della consultazione, ed hanno fornito, i secondi, dati totalmente errati sulla base dei quali, in televisione nel corso della ‘notte elettorale’, tutti i cosiddetti esperti, tranne il sottoscritto, hanno dato per sicura la vittoria di Kerry?

Molto semplicemente perchè, lungi dall’essere veritieri come doveroso, gli uni e gli altri sono stati usati politicamente dai democratici. Infatti, l’istituto che ha dominato la scena prima e durante il voto era ‘Zogby’, il cui fondatore e capintesta è John Zogby, un democratico a tutto tondo e fanatico per sua stessa ammissione, che ha cercato di favorire il ‘suo’ Kerry vantandone una inesistente rimonta che galvanizzasse i suoi sostenitori e deprimesse i repubblicani in prima battuta, e, per scoraggiare gli avversari degli Stati più ad ovest (che votavano dopo per il diverso fuso orario), presentava loro una situazione irrimediabilmente compromessa. “State a casa, è inutile andare a votare per chi ha già perso”, il falsissimo messaggio inviato attraverso le televisioni da Zogby.

C’è, al riguardo, da chiedersi quanti tra i cosiddetti esperti, in larghissima parte di sinistra, impegnati per l’occasione nelle diverse trasmissioni sulle nostre reti tv sapessero chi davvero sia questo signore.

Da ribadire, poi, perchè in futuro qualcuno lo ricordi, che nelle presidenziali USA aprono e chiudono, ovviamente a causa del già citato fuso orario, per primi i seggi degli Stati atlantici che votano quasi sempre democratico (si pensi a New York o al Massachusetts) per cui giungere a conclusioni definitive sulla base di questi dati è sbagliatissimo comunque.

Obbligatoria, infine, un’altra importante annotazione a proposito del cosiddetto ‘voto plebeo’. Prima delle elezioni, in libreria, interrogato da due classici intellettualoidi sulle mie previsioni, ho replicato, spiegandone le ragioni, che avrebbe vinto Bush in quanto rappresentante della ‘vera’ America. Mi hanno guardato con disgusto: davo peso ai desideri e al voto dei plebei e non dei loro amici radical chic.

Nulla di meno democratico di un sedicente intellettuale che, sulla base di qualche incerta ‘lezione’ maoista, o pressappoco, della giovinezza e senza avere mai più letto nulla se non gli articoli dei propri ‘amici’ come lui impreparati sull’argomento America, disprezza chiunque non la pensi come lui. 

 

BUSH HA VINTO, LA TELEVISIONE HA PERSO

 

Nato nell’oramai lontano 1960 allorchè si confrontarono sul piccolo schermo John Kennedy e Richard Nixon e subito si favoleggiò del netto prevalere del primo, più disinvolto e telegenico, sospeso fino al 1976 quando, alla ripresa, i due impacciatissimi protagonisti furono Gerald Ford e Jimmy Carter, da allora considerato indispensabile e soprattutto decisivo (lo fu certamente sia per Ronald Reagan che per Bill Clinton, ottimi e consumati attori entrambi anche se solo il primo in precedenza attivo a Hollywood), il ‘faccia a faccia’ televisivo tra i candidati alla Casa Bianca si avvia forse al tramonto. Facile vincitore (a detta degli esperti e secondo le rilevazioni conseguenti) di ben tre dibattiti davanti alle telecamere, il democratico John Kerry ha poi perso alla grande le susseguenti votazioni battuto per circa tre milioni e mezzo di voti.

Questa, insieme al già notato fallimento di tutti i sondaggi e degli exit polls, la vera sorpresa del 2 novembre scorso. Fatto è che, finalmente, gli elettori (ma non i critici, incapaci di uscire dai loro schemi) si sono resi conto dell’importanza delle idee e dei programmi e non di come vengono esposti. Alla fine, poco o nulla conta che l’uno o l’altro candidato (come è accaduto a Bush) balbetti o si impappini nel parlare o che, spazientito, batta nervosamente per terra un piede o sollevi perplesso le sopracciglia: tutto ciò passa in secondo piano se, come il presidente, sinceramente sa parlare al cuore.

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