Che fine farà John Kerry

Sconfitto alla grande, in specie per quanto concerne il voto popolare nazionale, da George Walker Bush, che fine farà, politicamente parlando, il candidato democratico a White House John Kerry?

Intanto e per cominciare, contrariamente a quanto capitato al suo vice John Edwards (il cui mandato alla Camera Alta scadeva quest’anno e che per appoggiarlo pienamente nelle corsa alla presidenza non si era riproposto per il suo seggio) resterà al Senato. Poi, come ha scritto pochi giorni orsono il Washington Post, già sta pensando alle elezioni del 2008 in occasione delle quali, non potendosi riproporre Bush che avrà compiuto i suoi due mandati, ritiene di poter avere maggiori possibilità. Così sarà senz’altro, aggiungo io, almeno per la nomination se gli toccherà di lottare con Hillary Clinton, appoggiatissima dai media ma assolutamente perdente già in vista della Convenzione del partito dell’asino e ancor di più, ovviamente, della lotta per la Casa Bianca.

D’altra parte, guardando alla storia, non è affatto detto che un candidato sconfitto non abbia possibilità concrete di rifarsi in una seconda o, addirittura, in una terza occasione: così John Adams, battuto nel 1789 e nel 1792 e poi vincitore nel 1796, Thomas Jefferson, alla presidenza avendo superato i rivali nel 1800 dopo avere perso nel 1796, John Quincy Adams vittorioso nel 1824 a seguito della battuta d’arresto di quattro anni prima, Andrew Jackson nel 1828 dopo averle prese nel 1824, William Harrison al secondo tentativo nel 1840 e infine Richard Nixon che seppe rifarsi nel 1968 otto anni dopo la contrastata sconfitta del 1960.

A ben vedere, però, non mancano esempi con esito contrario: il democratico William Jennings Bryan si ripresentò tre volte perdendo sempre (1896, 1900, 1908) e, più vicino a noi, in due occasioni consecutive fu battuto Adlai Stevenson (1952 e 1956) dal repubblicano Eisenhower.

Non resta che attendere avendo peraltro ben presente una fondamentale considerazione che vado qui a ripetere dopo averne parlato nel mio saggio ‘I Signori della Casa Bianca’, sui giornali e in tv: Kerry è un candidato inadatto visto che per le sue caratteristiche (anch’esse più volte rilevate) non può vincere negli Stati del Sud e del Middle West laddove un democratico ‘deve’ saper sfondare pena, in caso contrario, la sicura sconfitta!

A chiudere, un’ultima osservazione in qualche modo connessa: nel corso della ‘notte elettorale’, in televisione, sulla base di arzigogolatissimi ragionamenti, si è detto e ripetuto che l’alto numero dei votanti avrebbe favorito il candidato democratico. Così, come si è visto, non è stato e, d’altra parte, guardando alla storia, nel 1960, anno record per quel che riguarda l’affluenza alle urne (si recò ai seggi addirittura il sessantadue virgola otto per cento degli aventi diritto), il concorrente del partito dell’asino John Kennedy vinse sì a livello nazionale contro Richard Nixon anche nel voto popolare ma solo per circa centomila preferenze in più. Come si poteva da questo unico e certamente non significativo precedente ricavare una regola certa?

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