Basilea 2: una minaccia o un’opportunità?

Il Nuovo Accordo di Basilea è un Accordo internazionale scritto per le banche, cioè sui requisiti patrimoniali delle banche stesse. In pratica le banche dei Paesi aderenti dovranno accantonare quote di capitale proporzionale derivante dai prestiti concessi. Maggiore rischio = maggiori accantonamenti, quindi per la banca maggiori costi.

L’Accordo ha lo scopo di migliorare e rendere più trasparente i criteri di misurazione del rischio e di determinazione dei tassi, nel contempo mira a stabilizzare i mercati finanziari e le banche .

La fissazione di regole minime comuni per valutare i rischi di impresa dovrebbe rendere più sicuri i mercati ed anche i risparmiatori.

Il Nuovo Accordo si fonda su tre pilastri :

1)      requisiti  minimi di capitale a copertura delle diverse tipologie di rischio a cui la banca è esposta;

2)      supervisione dell’Autorità di Vigilanza affinché ciascuna banca predisponga e utilizzi una corretta procedura interna di valutazione dei rischi e di calcolo della relativa copertura patrimoniale;

3)      ruolo del mercato per garantire una maggiore trasparenza informativa delle banche sul processo di controllo e gestione dei rischi e sull’adeguatezza ed allocazione del proprio capitale.

Il testo definitivo dell’Accordo è stato pubblicato il 26/06/2004; la sua attuazione è prevista per la fine del 2006.

In realtà gli effetti sul sistema banca-impresa sono già in essere. Le banche devono dimostrare 3 anni di conformità operativa per poter accedere agli approcci più avanzati (e meno onerosi) previsti dall’Accordo, pertanto per esse Basilea 2 è entrata in vigore già nel 2003.

L’introduzione del “rating”, quale parametro oggettivo per la valutazione dell’affidabilità dell’azienda-cliente avrà un forte impatto sulle imprese, specie sulle PMI.

Le penalizzazioni previste dalla versione originaria dell’accordo, anche su pressione delle associazioni dei piccoli imprenditori, in particolare tedeschi e italiani, sono state eliminate.

Però il timore di una penalizzazione per le PMI rimane.

Le imprese che hanno maggiori capacità di crescita e più strutturate avranno una più attenta valutazione e, quindi, sicuramente, anche una riduzione del costo del denaro.

Le aziende meno organizzate, con un “rating” meno buono, vedranno peggiorare le possibilità e le condizioni di accesso al credito bancario,  saranno quindi penalizzate.

Il timore che l’applicazione dell’accordo possa tradursi in minore credito alle imprese più rischiose e a tassi più elevati, è evidente. D’altra parte questo è il mercato.

Appare quindi evidente la necessità che le imprese, ed in particolare  le PMI,  facciano uno sforzo organizzativo e finanziario notevole,  modifichino radicalmente il proprio approccio culturale alle problematiche del credito, puntando su maggiori e migliori informazioni da fornire alla banca, su un rapporto banca-impresa fondato sulla “partnership”,  sull’utilizzo di strategie innovative nella gestione, sull’attività di programmazione, non solo in ambito produttivo e finanziario, ma anche in quello patrimoniale. Devono aprirsi verso l’esterno, avere trasparenza di bilanci, considerare la finanza come opportunità, dimostrare di essere soggetti credibili. I conti devono essere trasparenti e chiari, senza commistioni fra patrimonio personale e aziendale, tipico di diverse PMI italiane.

Anche le banche devono cambiare atteggiamento . Dovranno affidare le imprese non più in riferimento a parametri quali, tra gli altri, il giro d’affari, ma in base al capitale reale, ossia all’equity (patrimonio) effettivamente posseduto, alla qualità dell’impresa, ai piani di sviluppo.

Oggi le piccole e medie imprese (PMI)  hanno forti difficoltà nell’accesso al credito perché sono generalmente sotto-capitalizzate e quindi indebitate, hanno scarsa cultura finanziaria, non hanno fonti di finanziamento alternative al credito bancario.

La struttura del debito delle PMI ad esempio risulta composta  per oltre il 70% da debiti a breve termine (soprattutto con le banche), per il 22,6% da mezzi propri e solo il 3% da debiti a medio-lungo termine.

D’altra parte la responsabilità della sotto-capitalizzazione delle imprese italiane è anche della politica fiscale che non ha favorito la capitalizzazione delle PMI come invece avrebbe dovuto fare con una organica detassazione degli utili reinvestiti.

Se gli imprenditori ricapitalizzano le loro società , i coefficienti patrimoniali migliorano, i “rating”  sono più elevati e, quindi, le condizioni di finanziamento diventano più interessanti e convenienti.

 Come ha scritto Rainer Masera, Presidente dell’Istituto San Paolo di Torino:

“Per le imprese di qualità media ed inferiore, il rating determinato dalle banche diventerà una variabile strategica per regolare il costo e l’efficienza delle proprie scelte di struttura finanziaria e di finanziamento degli investimenti, nonché uno strumento di valutazione delle possibilità di crescita e di diversificazione. Il rating potrà rappresentare un utile indicatore a supporto della definizione degli obiettivi di gestione per il management contribuendo ad una più efficiente politica del capitale.” “Le strategie con cui le imprese affrontano questo ambiente competitivo non possono essere carenti sul piano finanziario. È necessario ricercare la continua coerenza tra struttura delle fonti e obiettivi più generali di crescita, innovazione e posizionamento di mercato. La finanza d’impresa assumerà pertanto un ruolo centrale, sovente decisivo quando siano in gioco anche le opportunità di crescita esterne. Ciò determinerà verosimilmente una maggiore importanza delle funzioni finanziarie all’interno delle imprese ed una maggiore attenzione alla programmazione delle risorse e dei processi di sviluppo. Si delinea un passaggio fondamentale per le imprese: la funzione finanza diverrà tanto importante quanto quella commerciale, organizzativa,tecnologica”.

In definitiva, Basilea 2 può essere una reale minaccia per le piccole e medie imprese, con adempimenti gravosi e costosi,  ma può essere invece una reale opportunità  se le banche e le imprese (insieme) sapranno raccogliere la sfida per la costruzione di un nuovo rapporto banca-impresa più coerente con una più moderna economia di mercato, per la crescita di una nuova cultura aziendale.

Può essere una opportunità se è in grado di favorire una maggiore capitalizzazione delle imprese, un aumento delle loro dimensioni e l’introduzione di tecniche gestionali ed informatiche più adeguate.

Può essere una opportunità anche per ripensare i rapporti finanziari all’interno del sistema economico italiano.

Non dimentichiamo che insieme a Basilea 2 , nel prossimo futuro avremo l’introduzione dei principi contabili internazionali (International Accounting Standard /IAS) e il trattamento contabile delle opzioni concesse da una società al personale per l’acquisto di proprie azioni (stock option – vedi legge americana Sorbanes-Oxley).

Questi sono gli strumenti di analisi economica finanziaria e di modernizzazione  richiesti alle aziende tra oggi e il 2007. Le aziende italiane, purtroppo, sono in ritardo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *