Perché dico no alla devolution

Signor Presidente, rivolgendomi soprattutto ai miei colleghi di gruppo faccio presente che il mio intervento sarà un po’ più – come dire? – pesante del discorso pronunciato dall’onorevole Fassino; ciò perché questa riforma, da liberale, io la rifiuto sostanzialmente.

Vi è un motivo di fondo che mi induce a questa presa di posizione, originato, soprattutto, da un’analisi attenta della nostra storia nazionale. La nostra costruzione unitaria, cari colleghi, ha resistito a bufere e frangenti terribili: il brigantaggio, la piemontesizzazione del sud con eccidi come, per esempio, quello di Bronte, la polemica meridionalistica, che delle ragioni – io sono un modesto meridionalista pur non essendo meridionale – le aveva e le ha. Ha resistito a due guerre mondiali, alla guerra civile. Ha resistito al passaggio dalla monarchia alla Repubblica, al separatismo siciliano, al brigatismo.

Ecco il motivo di fondo per cui mi schiero contro. Lo faccio con molta lealtà e confermando che milito da questa parte politica con convinzione. Chi mi conosce lo sa benissimo. Non sono un irrazionale, credo che ciò sia stato verificato più volte anche in quest’aula. Non sono un estremista, non sono un settario, ma sono aperto al dialogo. In quest’aula, pur militando da questa parte politica, spesso mi sono alzato per dire che ero d’accordo con alcuni emendamenti e con alcune posizioni dell’opposizione. In sostanza credo di essere un ragionatore.

Dunque, cercherò di ragionare per motivare il mio dissenso, che peraltro è profondo. Io contesto il DNA di questa riforma. Il mio dissenso è radicato nella storia nazionale. Ne chiedo comprensione alla mia parte politica, senza per questo però cercare giustificazioni. Io sono un uomo libero e tale voglio rimanere, sperando che i miei amici di parte politica capiscano.

Non sono alla ricerca – lo ripeto – di nuove sponde politiche. La mia storia personale e politica non lo potrebbe permettere, non lo permette la mia coscienza. Però, la mia coscienza mi impone di dire «no» a questa riforma costituzionale.

Questo mio intervento, tra l’altro, si ispira all’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Sedevo su questi banchi per alcune legislature accanto all’onorevole Bozzi, che fece parte della Costituente. Ricordo che Bozzi una volta mi raccontò che l’articolo 67 della Costituzione venne approvato senza discussione. Ci furono dei dissensi nella sottocommissione che lo discusse preliminarmente. Ci fu, per esempio, l’onorevole Terracini che prese posizione contro, anche se credo che poi votò l’articolo. Non lo votò l’onorevole Grieco, anch’egli di parte comunista, perché sostenne che il mandato di un deputato dovesse essere legato a quello del partito. Penso che ormai questo tema e questa condizione siano comuni in questo Parlamento.

Ritengo dunque di poter rimanere in questa parte politica, nel centro-destra, parlando liberamente ogni volta che la mia coscienza me lo impone o me lo suggerisce. Senza retorica, peraltro, in nome della lealtà e della correttezza, che non sono mai mancate nei miei rapporti con gli amici della Casa delle libertà.

Questo mio intervento è l’affermazione di principi in cui credo fermamente e che fanno parte della mia cultura politica. In una circostanza politica e parlamentare di così grande portata nessuno può sfuggire alle proprie responsabilità e io non sfuggo alle mie. Faccio i conti, come tutti dovrebbero fare, con la mia coscienza.

Da liberale – 15 anni di militanza nel partito liberale, essendo stato accanto a personaggi come Malagodi, Bozzi, Valitutti, Zanone, avendo fatto molte battaglie, a volte anche con dei dissensi interni – con la mia storia personale, la mia cultura, le mie convinzioni mi sentirei umiliato se non lasciassi agli atti di questa Camera una testimonianza in difesa di valori che fanno parte, come ho già detto, della storia nazionale.

Affermo tutto ciò con il massimo rispetto verso quanti non condividono questa mia posizione.

Questa mattina, per esempio, ho ascoltato con interesse l’intervento dell’amico Michele Saponara, in dissenso con la mia posizione. Rispetto persino le posizioni della Lega, le ho sempre rispettate in quest’aula.

Quando l’onorevole Bossi fu messo sotto accusa in quanto ministro per alcune sue affermazioni, io mi sono alzato per difenderne il diritto a dire quello che pensa.

Considero – credo che questo non sia solo un mio patrimonio – la libertà di parola e di pensiero un bene inalienabile. Non esitai ad intervenire per difenderne il diritto di parola e di pensiero. Come sanno bene i leghisti e tutti coloro – pochi o tanti – che hanno letto qualche mio scritto, io fin dall’inizio del fenomeno Lega non sono stato d’accordo. Ho polemizzato con le posizioni di Bossi, però, non mi sono mai allontanato dal principio volteriano secondo cui «non sono d’accordo con te, fermamente dissento da te, ma altrettanto fermamente difenderò il tuo diritto a pensarla come vuoi».

Nella cornice di questi principi generali e al cospetto di questa riforma, ritengo che sia doveroso, sia lecito, chiedersi innanzitutto se davvero esistano condizioni storiche, sociologiche, culturali, politiche ed economiche tali da giustificare un passaggio così brusco dallo Stato unitario a quello federale.

Diciamolo francamente: siamo davanti ad un federalismo un po’ fasullo. Gli Stati federali nascono perché ci sono comunità che convergono verso la federazione. Ma noi l’unità l’abbiamo realizzata quasi un secolo e mezzo fa! Rischiamo davvero di frantumarla!

Questa riforma viene sostenuta – ed enfatizzata, soprattutto da parte della Lega – in quanto riparazione di errori storici e, quindi, come soluzione di problemi politici. La Lega, fenomeno sorto nel nord, si è affermata rivendicando presunti diritti storici ed economici che, in qualche modo, lo Stato unitario avrebbe messo in forse o avrebbe addirittura umiliato. Quante volte l’abbiamo sentito e letto! È diventata un mito questa rivendicazione da parte del nord!

E’ la storia nazionale a smentire in maniera esemplare ed ineccepibile il giudizio storico espresso dalla Lega.

È noto che anche la cultura meridionalista, sin dalla fine dell’Ottocento, ha sostenuto che gravi danni sarebbero venuti alle regioni meridionali da una politica unitaria essenzialmente dominata dagli interessi settentrionali. Si tratta di un filone polemico all’interno del quale si ritrovano nomi di illustri scrittori, politici, storici. Faccio solo alcuni nomi: Villari, Alianello, Fortunato, Nitti, Salvemini, Ciccotti, e via dicendo, fino a Croce (anche nella Storia d’Italia vi sono accenni a tale contestazione).

La polemica meridionalista ebbe accenti fortissimi in alcuni momenti, persino nel secondo Novecento: ricordo Tommaso e Vittorio Fiore (rispettivamente, padre e figlio) e la rivista Nord-Sud. Ebbene, anche questa versione meridionalista della storia d’Italia (alcune ragioni ci sono: basta leggere La conquista del sud di Alianello o le pagine di Sciascia sull’eccidio di Bronte) va ridimensionata.

Mi è capitato, tempo fa – molti anni fa, purtroppo – di partecipare ad un dibattito insieme a Rosario Romeo, il grande storico autore della monumentale biografia di Cavour. Romeo era siciliano, di Catania, e, oltre ad essere un grande storico, era un grande liberale, di cultura e di convinzione. Ricordo che, in quell’occasione, egli oppose – razionalmente – un «no» alla contestazione dello Stato nato dal Risorgimento.

No, non vi sono ragioni, né da parte del nord né da parte del sud, per contestare l’unità d’Italia. Non esistono motivi seri sui quali fondare rivalse storiche, né da una parte né dall’altra dell’Italia. L’Italia non presenta linee di frattura così profonde da legittimare un rivolgimento istituzionale che – ancora più dell’onorevole Fassino, di cui ho apprezzato la moderazione nel suo discorso – considero deleterio.

Questo rivolgimento potrebbe essere disastroso. Se sarà approvata questa riforma costituzionale, tra qualche anno, quando ci sarà un confronto (e ci sarà) tra le ricche e a volte egoiste regioni settentrionali (l’egoismo è normale) e le regioni più povere del sud, credete forse che non potranno sorgere jaqueries, sommosse, proteste? Ci sono già state nel meridione nel secondo dopoguerra (ricordo i casi di Caulonia in Calabria e l’eccidio di Andria nel 1946, in cui furono uccise due sorelle). Potrebbero sorgere spinte separatiste. È questo che temo! Da ciò nasce il mio «no».

Vorrei sottolineare – mi rivolgo ai colleghi della Lega e ad alcuni amici della Casa delle libertà – che i caratteri nazionali del nostro paese, che sono messi in discussione, sono evidenti da secoli, da prima di Cavour. Da secoli nel mondo si dice «Italia», intendendo l’intera penisola, la sua storia, la sua cultura. Quindi, questa contestazione veramente non ha ragione di esistere, e almeno per me, per la mia cultura, è incomprensibile.

Sono convinto – è già stato detto, ma voglio ribadirlo – che non stiamo praticando un patto costituzionale. Temo che siamo in presenza di uno scambio politico di corto respiro. Attenzione a saper guardare razionalmente oltre la contingenza politica! Lo dico agli amici della Casa delle libertà. Il collega Boato ha fatto una difesa della riforma del Titolo V della Costituzione. Boato sostiene che, in effetti, quella riforma, rifiutata dal centrodestra e dalla Lega, è nata con accordi tra le parti politiche. Non so se ciò sia avvenuto, tuttavia mi sento di dire che anche la riforma del Titolo V ha caratteri deleteri. Tra l’altro, fu approvata con soli quattro voti di maggioranza e al limite della XIII legislatura. Ho l’impressione che la riforma del Titolo V sia stata per la sinistra soprattutto un tentativo di precorrere la Lega, eventualmente condizionarla, compiacerla anche e – perché no? – inglobarla nella coalizione di sinistra.

ALFREDO BIONDI. La «costola»!

EGIDIO STERPA. D’Alema, con cui non sono d’accordo quasi su tutto, ma che considero un uomo intelligente, ebbe un’uscita furba, intelligente, non so quanto vicina alla realtà. Egli definì la Lega Nord una costola della sinistra; in nome di questo concetto – «costola della sinistra» – forse fu approvato il nuovo Titolo V della Costituzione. Praticamente, ci fu uno sfruttamento a scopo tutt’altro che altamente politico di una questione che ha in sé alti tassi di perniciosità per il sistema politico italiano.

Si dice di voler rifare l’Italia. Ma, amici, qui rischiamo di disfarla. Si insiste anche sul concetto che il declino del paese dipenda dalla sua vecchia struttura istituzionale. Ma possibile che non venga il dubbio che ci si stia affannando a risolvere problemi che in realtà non abbiamo, con il risultato di crearne altri molto più gravi e molto più pesanti?

La Commissione affari costituzionali, di cui faccio parte, ha condotto, tra il maggio e giugno scorsi, un’indagine conoscitiva sulle modifiche costituzionali in programma; sono stati auditi, mi pare – proprio questa mattina me lo ricordava il presidente – , 36 studiosi, tutti di livello universitario, provenienti dai diversi atenei italiani. Di questa indagine va indubbiamente dato merito al presidente della Commissione, onorevole Bruno, al quale però vorrei dire, con cordialità e rispetto, che avrei voluto (proprio perché lo considero mio presidente di Commissione) che avesse mantenuto un distacco più presidenziale, più «terzista» in questa vicenda.

Avrei desiderato, onorevole Bruno, che lei fosse un po’ più al di sopra delle parti, tenendo conto anche del mio dissenso, abbastanza noto, abbastanza scontato da tempo. Lo dico – ripeto – con molta cordialità.

Ho letto attentamente tutti i contributi accademici (non sono stato presente a tutte le audizioni, ovviamente); ebbene, di favorevoli alla riforma non ve ne sono molti, per non dire assai pochi; anche nei meno contrari sono prevalse le perplessità. Non mi dilungherò comunque sui punti controversi di questa riforma.

Per necessaria brevità, dato il tempo a disposizione, e anche per non annoiare i colleghi, mi richiamo all’intervento che svolsi in quest’aula il 25 marzo del 2003. Ci sarà occasione, del resto, di intervenire quando questa riforma, approvata eventualmente per la seconda volta dal Senato, tornerà in quest’aula. Avremo sotto gli occhi la riforma così com’è veramente. Ora siamo in itinere, ci sono continui cambiamenti. Per esempio, io ero fermo alla gravità, stando al testo che ci ha trasmesso il Senato, del conferimento al Senato del potere di nomina di tutti i giudici costituzionali di designazione parlamentare, il che avrebbe determinato una modificazione dell’equilibrio nella composizione della Corte costituzionale, che così non sarebbe stata più un organo neutrale di garanzia costituzionale. Sono lieto che tale anomalia sia stata corretta in sede di Commissione affari costituzionali; tuttavia, mi permetto di far notare che, prevedendo che quattro giudici costituzionali vengano nominati dal Senato federale – federale che sia o meno, si tratta di un Senato comunque collegato con i consigli regionali, e pertanto potranno esserci quattro «relatori» degli interessi locali -, e tre dalla Camera dei deputati, si è ricorsi a un compromesso non apprezzabile. Il Parlamento è uno, è composto da due Camere, ma è un unicum. Questo, invece, è un compromesso che non ci fa onore.

Toccherò appena altri punti fondamentali. Ad esempio, è prevista la riduzione del numero dei parlamentari, che in linea di principio non mi trova contrario; vi è il collegamento del Senato con i consigli regionali, punto delicatissimo, e forse foriero di confusione e distorsioni; è prevista la differenziazione delle competenze normative tra Camera dei deputati e Senato federale, altro punto assai delicato, foriero anch’esso di controversie.

Vi è, inoltre, il cosiddetto premierato forte. Si tratta di un concetto che mi trova tutt’altro che contrario, anche se mi domando come potrà essere veramente «forte» con le condizioni che lo attornieranno, soprattutto con un Senato che avrà un potere di veto preventivo e assoluto su materie fondamentali, il quale, peraltro, non potrà essere sciolto e non avrà l’obbligo di sottoporsi alla richiesta di fiducia. Ciò, diciamolo chiaramente, rappresenta una grande anomalia.

Concludo con due rapide notazioni: una di carattere economico-finanziario, l’altra sulla burocratizzazione a cui si andrà fatalmente incontro a livello regionale.

Statistiche incontestabili dimostrano che già con l’istituzione delle regioni la spesa pubblica è aumentata notevolmente: c’è chi oggi parla di un aumento del 40 per cento. Cosa avverrà in futuro? Esiste, a quanto pare, come ho letto sui giornali (si tratta di giornali seri, e quindi non ho motivo di non crederci), una stima preoccupante, elaborata addirittura dal capo del Dipartimento economico di Palazzo Chigi…

PRESIDENTE. Onorevole Sterpa…

EGIDIO STERPA. Concludo, signor Presidente. Tale stima rivela come potrebbe esserci un ulteriore pesante aumento. Del resto, è facilmente prevedibile se lieviterà la burocratizzazione, come è probabile che accada. Si parla di un aggravio dei conti pubblici compreso tra i 60 e 90 miliardi di euro. Non si dica, per favore, che ad un aumento della burocratizzazione regionale corrisponderà una diminuzione della burocrazia statale: vorrei ricordare che lo si promise inutilmente con l’istituzione delle regioni.

Al riguardo voglio citare il caso della Lombardia, dove vivo da più di quarant’anni. Ricordo che l’onorevole Bassetti – che, come è noto, fu alfiere e sostenitore della causa regionalista e che venne eletto primo presidente della regione lombarda – dichiarò che l’apparato burocratico regionale non avrebbe superato le 500-600 unità (allora ero inviato del Corriere della Sera e ricordo che tale dichiarazione la rese anche a me).

Non dispongo di numeri esatti, ma certamente oggi la burocrazia regionale lombarda, come sanno bene altri colleghi lombardi, conta su quasi 8 mila unità, rispetto alle 500-600 inizialmente previste.

Stiamo burocratizzando, in sostanza, il nostro sistema politico: altro che semplificare! Burocratizzazione e costi, tra l’altro, aumenteranno con la moltiplicazione delle province. Quanta ragione aveva l’onorevole Ugo La Malfa, che ne chiedeva l’abrogazione!

Un’ultima osservazione, infine – l’ultima, ma non la meno importante – la «desovranizzazione» dello Stato che produce la riforma che stiamo discutendo porterà a tre risultati sicuri, tutti e tre deleteri.

In primo luogo, provocherà una diseguaglianza tra i cittadini, come frutto delle diverse politiche regionali, il che può comportare una lesione di importanti principi costituzionali.

In secondo luogo, determinerà un notevole e pesante contenzioso tra Stato e regioni, che già oggi conta centinaia di casi.

In terzo luogo, vi saranno contrasti di ordine giuridico-sociale e, a volte, anche morali, che saranno determinati da norme statutarie assai diverse da regione a regione. Emblematico è il caso insorto nella regione Toscana, con il riconoscimento delle coppie di fatto. Nello statuto della regione Toscana, infatti, è stato inserito il concetto che vi sono altre forme di convivenza, oltre quelle della famiglia tradizionale.

Il mio «no» non ha carattere viscerale, ma s’ispira – lo ripeto – alla storia nazionale, alla mia cultura politica, all’interesse nazionale, Vuole anche essere, se possibile – lo dico sia agli amici della Casa delle libertà, sia ai colleghi dell’opposizione – la dimostrazione che stare nella Casa delle libertà significa soprattutto essere uomini liberi, che esercitano il diritto – riconosciuto e onorato – del libero pensiero.

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