Malagodi, cento anni dalla nascita

Un combattente in politica: Tale fu in effetti Malagodi. Non a caso nei suoi scritti e nei suoi discorsi ricorrono spesso le parole “combattente”, “combattimento”, “battaglia”. Fu davvero una novità la passione che egli portò nella politica liberale, che fin d’allora era stata dominata dalla pacatezza, che sembrava a volte svogliatezza, indolenza, freddezza.

Se così si può dire, l’archetipo del liberale degli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento si configurava in quel grande intellettuale che aveva nome Panfilo Gentile, figura eccezionale di politologo e polemista di cui ingiustamente non danno minimo cenno neppure le Garzantine.

Autore, tra l’altro, di un brillantissimo saggio, “Democrazie mafiose”, Panfilo Gentile era un frequentatore della sede liberale di Via Frattina. Negli anni Cinquanta, circolava un suo simpaticissimo scritto in cui egli si divertiva a descrivere gli incontri tra liberali nella storica sede liberale romana, che finivano immancabilmente con partite a tressette o a briscola. Fino agli anni Settanta c’era in Via Fratina un usciere che ricordava con nostalgia quelle riunioni.

Erano gli anni di Nenni, Togliatti, De Gasperi, Giannini, Almirante, che la politica la praticavano come lotta, mentre in Via Frattina si filosofeggiava, si discuteva dei massimi sistemi, si giocava a carte.

Tutto mutò quando arrivò Malagodi. Cinquantenne, economista, reduce da lunghe e proficue missioni all’estero, poliglotta, scosse il Partito Liberale, gli infuse pulsioni, energie e persino sogni come non c’erano mai stati dai tempi di Cavour e della Destra storica. Di questa sua visione della lotta politica c’è una bellissima testimonianza nel suo ultimo libro, “Lettere senesi ad un cittadino d’Europa” del 1990, in cui immagina di rivolgersi ad un discepolo. Va letto, perché è il suo testamento politico.

“E’ vero – scrive – è profondamente vero. Senza passione non si affrontano le battaglie della politica e soprattutto quelle con se stesso, le battaglie dell’io spirituale contro l’io empirico; dell’interesse generale che vogliamo servire, ciascuno a modo suo, contro l’interesse egoistico di persona o di classe che ci attrae e ci serve. Ma occorre anche il discernimento. Senza di esso non si riconoscono le vie che conducono alla meta, vie piene di buche, di triboli, di errori e di inganni, ma LE VIE. Consentimi perciò, mio caro amico, di augurarti che tu possa conservare ed accrescere la tua passione e il tuo discernimento. Di saperti difendere entrambi contro la politica generica e sciamannata”.

Giovanni Francesco Malagodi compirebbe quest’anno cento anni. Nacque il 12 ottobre 1904 a Londra, dove il padre, Olindo, era corrispondente della Tribuna, il quotidiano romano di cui fu direttore dal 1910 al 1923.

Emiliano di Cento e già turatiano (collaborò a Critica sociale), Olindo era giolittiano e negli anni Venti fu l’estensore delle “Memorie” di Giovanni Giolitti, che proprio in quegli anni lo propose come senatore del regno. La Tribuna era un autorevole giornale liberale, aveva firme prestigiose, alcune entrate nella storia del giornalismo, come Rastignac, pseudonimo popolarissimo del saggista e polemista calabrese Vincenzo Morello.

Giovanni Spadolini, nella commemorazione che fece di Malagodi il 19 aprile 1991 nella Piazza della Costituente, alla presenza del Presidente della Repubblica, col rigore dello storico annotò la partecipazione di Tommaso Malagodi, padre di Olindo e nonno di Giovanni, alle guerre del Risorgimento: fu volontario alla difesa di Vicenza nel 1848 e alla difesa di Roma nel 1849. “Del liberalismo paterno – disse -, fondato su regole giolittiane, aveva ereditato l’asciuttezza, la concretezza, l’amore per i problemi reali, l’apertura costante all’Occidente e all’Europa”.

Nel cinquantenne ex direttore centrale della Banca Commerciale che nel 1954 conquistò la segreteria del vecchio e glorioso, ma fiacco, Partito liberale c’erano evidentemente, oltre la capacità politologica del padre, lo spirito e la passione risorgimentale del nonno.

Negli anni Sessanta mi capitò di leggere “Liberalismo in cammino”, un libro che Malagodi pubblicò con l’editore Sansoni (1963). Mi colpì l’inizio: “Il liberalismo – scriveva – non si esaurisce in una tesi, per quanto giusta, sulle funzioni dello Stato e sull’organizzazione dell’economia. Chi crede di poterlo confinare in questi termini, per quanto ampi, si sbaglia. Come si sbaglia chi crede di potersene sbarazzare come di una cosa superata. Da tre secoli il liberalismo è in misura crescente una delle grandi forze formative del mondo intiero. Per la sua profonda originalità ne è anzi la forza determinante. E’ destinato a rimanerlo e a svolgersi come tale per un tempo lungo, imprevedibilmente lungo. Contro le società chiuse, rigide, esso asserisce il valore creativo dell’individuo, la sua responsabilità, quindi la sua libertà. Ha abbattuto le monarchie assolute e le società feudali e ne va sgombrando gli ultimi resti. Ai nuovi assolutismi totalitari, alle nuove gerarchie prefabbricate e rigide del comunismo e degli Stati autoritari il liberalismo contrappone come avversario creativo e quindi vero e completo”.

Quel libro uscì mentre Malagodi si erigeva, fiero e implacabile, nella mischia della battaglia contro il centro-sinistra di Moro. Il Partito liberale si batteva vigorosamente ma veniva indicato come una forza politica del passato e ormai ineluttabilmente perdente. Malagodi, animoso ed impavido, così concludeva le quasi trecento pagine del suo libro: “Non sono pessimista. C’è rimedio anche al centro-sinistra. Basta volerlo”.

Mai ci fu un segretario tanto battagliero nel vecchio Partito Liberale. Nella campagna elettorale del 1963 le piazze dove parlava erano gremite fino all’inverosimile.

Dirigevo allora un quotidiano milanese, il Corriere Lombardo. Non ho mai visto tanta gente in Piazza Duomo: la folla si estendeva sotto la Galleria Vittorio Emanuele e nelle vie che portano alla piazza.

Quella campagna si concluse con un trionfo per Malagodi: il PLI raggiunse il massimo storico del dopoguerra. Lo ricordò Renato Altissimo quando i liberali rivolsero l’ultimo saluto al “combattente” Malagodi (segretario del PLI per diciotto anni, fino al 1972, e poi presidente a vita, deputato per ventisei anni, quindi senatore e presidente del Senato): “Grande leader, grande comunicatore, il solo che sia riuscito a vincere la tradizionale diffidenza del liberale per le piazze e a fare del PLI un movimento politico quasi di massa”.

Indimenticabili le sue battaglie contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che caratterizzò il PLI come contraltare dell’ideologia parastatalista che negli anni Sessanta montava e che, come ripeteva Malagodi efficacemente nei suoi comizi, pareva voler arrivare fino alla statalizzazione delle “botteghe dei barbieri”.

Fu poi il PLI degli anni Ottanta – va annotato come dato storico – a imporre, come condizione per la sua partecipazione al Governo Andreotti, la prima legge per la privatizzazione che doveva ridimensionare il pachiderma della presenza pubblica in economia. Fu quella una battaglia che combatté particolarmente il sottoscritto.

Fu un conservatore sui principi, Malagodi, un conservatore illuminato, ma un innovatore in economia e nella concezione delle funzioni dello Stato.

E’ interessante citare un episodio che Altissimo ricordò nella sua orazione commemorativa: “Ricordo una volta, a Parigi, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, che coincideva con il Congresso della Internazionale liberale, quando guidò una delegazione ad un incontro con il Maire de Paris, Jacques Chirac. Questi ricordò quanto lo legava a Malagodi e sottolineò la comune matrice politica. Malagodi, cortese ma fermo, lo interruppe, e in perfetto francese gli disse: “Se mi consente, non è così: lei è un conservatore, io sono un liberale”.

Malagodi, si laureò il legge a Roma nel gennaio 1927 con la tesi “Le ideologie politiche”, pubblicata poi da Laterza. Subito dopo vene assunto alla sede veneziana della Banca Commerciale. Fu una carriera folgorante la sua, e non certo perché il padre era stato consigliere d’amministrazione della Comit.

Raffaele Mattioli, mitico amministratore della Comit e anche uomo di cultura (creò e diresse la collana dei classici italiani dell’editore napoletano Ricciardi) scrisse di lui ch’era “dotato di talento bancario che non esitiamo a definire eccezionale”.

A stimarlo fu anche Toeplitz, il banchiere polacco che della Comit fece il principale fattore e sostegno dello sviluppo industriale italiano – ne fu in pratica “il padrone” (così lo chiamavano i suoi dipendenti) – che lo volle nella sua segreteria e lo condusse con se in un viaggio a New York.

Fu alla Commerciale dai 22 ai 48 anni. Ne uscì nel 1952, quando decise di dedicarsi a tempo pieno alla politica. Fu a Berlino nel 1928, poi a Parigi e Londra nel 1929, quindi ancora a Berlino.

Il servizio di leva lo aveva fatto in Cavalleria, da sottotenente.

Dal ’30 al ’40 fu a Milano. Cominciò come procuratore addetto alla direzione centrale e nel ’52 lasciò la Commerciale ch’era direttore centrale, essendo stato anche capo del personale.

Ebbe una parentesi parigina nel 1937 come direttore generale e amministratore delegato della Banca Francese e Italiana per l’America del Sud, che fu prodromica del suo trasferimento nel 1940 a Buenos Aires, dove rimase durante tutta la seconda guerra mondiale. A segnalarlo come idoneo all’incarico fu, tra gli altri, Enrico Cuccia.

Rientrò in Italia alla conclusione del conflitto.

Nel 1947 fu chiamato come esperto presso la delegazione italiana al Piano Marshall, poi fino al ’52 fu consigliere economico e finanziario del Ministero degli Esteri. Col rango di ministro plenipotenziario partecipò ai lavori dell’OECE (organizzazione per la cooperazione economica). Una carriera sfavillante come banchiere.

C’e stato che ha azzardato l’ipotesi che potesse arrivare fino a Governatore della Banca d’Italia. Chissà, forse sarebbe stato possibile se avesse accettato, al ritorno dell’Argentina, l’offerta di Menichella di porsi a capo dell’Ufficio Italiano Cambi. Ma fu la politica a catturarlo definitivamente.

Nel 1953 fu candidato ed eletto alla Camera dei deputati nelle liste del Partito Liberale, che ottenne il 3 per cento, 13 seggi alla Camera e 3 al Senato. Fu l’anno della cosiddetta “legge truffa”, che non scattò per pochi voti. Ne sarebbero bastati 57 mila per ottenere il premio di maggioranza. Alcuni dirigenti della DC avrebbero voluto fare ricorso per la verifica dei risultati, ma De Gasperi e Scelba non vollero: accettarono democraticamente la sconfitta.

L’ottavo Governo De Gasperi, monocolore, non ottenne la fiducia. Alla Camera votarono a favore 263 democristiani, contro 282 (Pci, Psi, Pnm, Msi), si astennero in 37 (Psdi, Pli, Pri). Fu la fine della straordinaria e positiva avventura politica del grande statista trentino, che un anno dopo morì.

Nel 1954 Malagodi fu eletto segretario nazionale del PLI, il che provocò la fuoriuscita della corrente liberale di sinistra, che considerava l’ex banchiere un conservatore .

Il Partito Liberale, in effetti, si pose da allora su una linea moderata tradizionale. La Destra storica fu il punto di riferimento ideale di Malagodi. Una destra decisamente laica, ma senza pruriti giacobini.

Dura fu la sua battaglia contro il regionalismo, che in verità in certi momenti parve piacere poco anche a Nenni, che parlò infatti di “Italia in pillole”.

Nella polemica sulla politica economica Malagodi mise in campo la cultura e l’esperienza acquisite in giro per il mondo soprattutto come esperto di finanza.

Nelle elezioni politiche del 1963 la strenua opposizione al centro-sinistra portò il PLI al 7 per cento (39 deputati e 19 senatori) facendolo diventare la quarta forza politica, un obiettivo che in seguito il PLI perseguì a lungo, ma non riuscì più a raggiungere. La corrente interna “Autonomia Liberale”, proprio alla “quarta forza” ispirò la propria battaglia politica quando al governo del partito erano Zanone e la sua corrente di sinistra.

Nel curriculum politico di Malagodi ci sono altre due date importanti: il 1972, che lo vide ministro del Tesoro in un Governo Andreotti, e il 1987, quando fu eletto Presidente del Senato, carica che tenne da aprile a giugno dello stesso anno.

Ma nella sua biografia non contano tanto le cariche ricoperte, quanto invece la sua intensa e solida attività culturale. E’ stato certamente uno degli uomini politici più colti del secondo dopoguerra. Solo Giovanni Spadolini poté reggere il paragone. Conosceva e parlava quattro lingue: francese,tedesco, inglese, spagnolo. Con la moglie, conosciuta e sposata a Berlino, non di rado si parlavano in latino.

In giro per il mondo, lettore e studioso instancabile, aveva accumulato una cultura eccezionale che riusciva a meravigliare intellettuali ed accademici dediti per una vita a studio e ricerca.

Tra i dirigenti del PLI si usava dire: se non ricordi un dato storico, se hai bisogno di citare un avvenimento o di chiarirti un concetto, rivolgiti a Malagodi. Non deludeva mai. Aveva tra l’altro una memoria prodigiosa, che mantenne fino a pochi mesi prima della scomparsa, nel 1991.

I suoi scritti e i suoi discorsi erano un sostrato di cultura. Non di erudizione, ma di cultura vera, assorbita e digerita splendidamente. In quel che diceva e scriveva c’erano sempre brani di quel grande patrimonio di sapere messo insieme in una vita dedicata alla conoscenza.

“Ho avuto due vite”, amava dire. Quella di banchiere durò quasi trent’anni.

I suoi discorsi politici sono stati pubblicati in tre grossi volumi dal Senato.

Fu, si potrebbe dire, un intellettuale prestato, in due fasi diverse della sua vita, all’economia e alla politica.

Tra i suoi scritti ce n’è uno che merita d’essere eletto a guida ideale dei giovani. E’ una relazione di 68 pagine svolta nel 1968 ad un convegno di giovani liberali. Una lezione impareggiabile di liberalismo e democrazia.

Sì, fu un grande leader. E fu un mentore straordinario per almeno una generazione di liberali italiani.

Oltre ai suoi scritti e ai tanti ricordi, di Malagodi rimane oggi una piccola via nel cuore di Milano, “Passaggio Malagodi”, tra il Duomo, la Galleria, la Scala, Palazzo Marino e la Banca Commerciale, la Milano dove si mosse come banchiere prima e poi come leader politico.

Chi qui scrive ebbe il piacere di inaugurarla insieme con Salvatore Carrubba, giovane e brillante liberale assessore alla cultura, e Gabriele Albertini, sindaco di Milano per due legislature in anni non facili.

2 comments for “Malagodi, cento anni dalla nascita

  1. 21 luglio 2014 at 19:54

    Diabolicus 29 maggio 2009 Fosse anche antado a Bergamo VE III, il sud sarebbe stato comunque liberato prima e comunque non credo che questo abbia influito pif9 di tanto sul risultato elettorale. Se poi qualche comunista votf2 per la monarchia, questo conferma che gli italiani hanno una cultura politica paragonabile a quella del Burkina Faso (con tutto il rispetto per i Bukkini). Il Re non abbandonf2 il paese visto che Brindisi e8 Italia tanto quanto Roma e tra VOLERE e POTERE c’e8 una gran differenza. Ben poco avrebbe potuto fare con un esercito che Mussolini non fu capace di armare, dopo 3 anni di guerra in condizioni penose e, lasciami dire, con un esercito fatto di italiani. Comunque dovremmo ringraziare il cielo se il Re abbandonf2 Roma senza organizzare una difesa, perche8 i tedeschi l’avrebbero presa comunque e distruggendola se necessario. Quando dico che sono liberale non mi riferisco al Partito Liberale, ma al liberalismo come ideale di liberte0, che e8 cosa ben diversa.Mi sembra molto superficiale il trattamento che riservi al liberalismo che e8 la prima, la principale e l’origine di tutte le teorie politiche. Oltretutto non si puf2 mescolare una teoria politica con la sua applicazione pratica visto che i politici possono perfettamente applicare politiche diverse dalla propria ideologia per motivi elettorali o comunque di convenienza. Altrimenti dovremmo dire che il comunismo e8 una teoria politica sbagliata solo perche8 Stalin ha fatto ammazzare milioni di persone. Permettimi alcune correzioni:1. Don Sturzo non era liberale, ma e8 stato il padre del cristianesimo democratico italiano;2. Malagodi e8 stato uno dei principali esponenti liberali europei e, che mi risulti, non e8 mai stato arrestato, indagato o condannato per niente;3. pur non avendo avuto fortuna in Italia, il liberalismo ha dato nomi del calibro di Thomas Jefferson, Einaudi, von Hayek, Cavour, ecc.4. Ladri nella storia ce ne sono stati di tutti i colori, ma una teoria politica non e8 meno valida per l’oneste0 dei suoi esponenti, altrimenti non se ne salverebbe neanche una.

  2. 7 luglio 2014 at 01:32

    Diabolicus 29 maggio 2009 Fosse anche andtao a Bergamo VE III, il sud sarebbe stato comunque liberato prima e comunque non credo che questo abbia influito pif9 di tanto sul risultato elettorale.Se poi qualche comunista votf2 per la monarchia, questo conferma che gli italiani hanno una cultura politica paragonabile a quella del Burkina Faso (con tutto il rispetto per i Bukkini). Il Re non abbandonf2 il paese visto che Brindisi e8 Italia tanto quanto Roma e tra VOLERE e POTERE c’e8 una gran differenza. Ben poco avrebbe potuto fare con un esercito che Mussolini non fu capace di armare, dopo 3 anni di guerra e, lasciami sfogare, con un esercito di italiani. Comunque, tanto per la cronaca, forse dovremmo ringraziare il cielo se il Re abbandonf2 Roma senza organizzare una difesa, perche8 i tedeschi avrebbero preso Roma comunque e distruggendola se fosse stato necessario. Quando dico che sono liberale non mi riferisco al Partito Liberale, ma al liberalismo come ideale di liberte0, che e8 cosa ben diversa.Mi sembra molto superficiale il trattamento che riservi al liberalismo che e8 la prima, la principale e l’origine di tutte le teorie politiche. Oltretutto non si puf2 mescolare una teoria politica con la sua applicazione pratica visto che i politici, pur essendo liberali, conservatori o socialisti in teoria, possono perfettamente applicare politiche diverse per motivi elettorali o comunque di convenienza, senza che questo intacchi la teoria politica alla quale si ispirano. Altrimenti dovremmo dire, per esempio, che il comunismo e8 una teoria politica sbagliata solo perche8 Stalin ha fatto ammazzare milioni di persone. Permettimi alcune correzioni:1. Don Sturzo non era liberale, ma e8 stato il padre del cristianesimo democratico italiano;2. Malagodi e8 stato uno dei principali esponenti liberali europei e, che mi risulti, non e8 mai stato arrestato, indagato o condannato per niente;3. pur non avendo avuto fortuna in Italia, il liberalismo ha dato nomi del calibro di Thomas Jefferson, Einaudi, von Hayek, Cavour, ecc.4. Ladri nella storia ce ne sono stati di tutti i colori e per tutti i gusti, destra, sinistra, cattolici, atei. Una teoria politica non e8 meno valida per l’oneste0 dei suoi esponenti, altrimenti non se ne salverebbe neanche una.

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