La legge francese sull’esibizione dei simboli religiosi e la questione del “burqa”

Da una lettera di una lettrice inviata al settimanale “Magazine” (supplemento del Corriere della Sera) leggo : ” Non ho paura di chi porta il velo e non trovo giusto costringere le donne musulmane a ” spogliarsene”: è parte della loro cultura, ed è un loro diritto rimanere se stesse in ogni situazione e in ogni ambiente…….. In Francia forse pensano di poter decidere della vita degli altri, però credo che se a un francese venisse negata la possibilità di esprimere la propria appartenenza sociale si griderebbe allo scandalo…”
Senza alcun dubbio la legge approvata, alcuni mesi fa, in Francia che proibisce drasticamente l’esibizione e l’ostentazione dei simboli religiosi nelle scuole (il velo islamico come il “chador” o lo “hijab”, il “kippah” ebraico, il turbante dei sikh o i crocefissi) ha suscitato forti polemiche, specie, ma non solo, tra le comunità musulmane.
Questa legge emanata su proposta della commissione per la laicità (commissione presieduta da Bernard Stasi) si fonda su una visione atea del mondo, quindi sulla negazione di ogni forma di religione.
Secondo i proponenti il potere pubblico deve essere estraneo alla religione, che deve rimanere una questione privata ed interiore; la legge sarebbe quindi una garanzia per l’eguaglianza e la libertà dei cittadini.
Non sono d’accordo.
Da laico e liberale convinto, mi sembra che questa legge sia sbagliata e poco liberale, per niente rispettosa delle convinzioni, delle culture e delle idee altrui; una legge eccessivamente laicista.
Sarebbe una cancellazione delle varie identità religiose, con rimozione di altre espressioni culturali.
Qualcuno, giustamente, ha parlato di fondamentalismo laicista, di divieto, alla maniera talebana.
Per fortuna nel nostro Paese nessuno, finora, ha sollevato tale problema o espresso l’intenzione di imitare la Francia.
Sarebbe, a mio avviso, un grosso arretramento culturale e civile.
Queste considerazioni valgono anche per il “burqa” (copertura totale, guanti compresi, con feritoia per gli occhi) e per il “hijab” (velo tutto nero che lascia aperti solo gli occhi)?
In questo caso occorre fare delle precisazioni..
Innanzitutto ricordo che, recentemente, una cittadina italiana abitante in un piccolo paese della provincia di Como, convertitasi all’Islam per amore, ha rivendicato con forza il suo diritto di indossare il “burqa”.
Questo caso, assieme ad altri casi similari avvenuti anche nel Veneto, ha suscitato e sta suscitando polemiche, prese di posizione da parte di esponenti politici di varie tendenze, presentazione di ordini del giorno in Consiglio comunale, addirittura proposte di legge di inasprimento delle sanzioni, raccolte di firme.
La legge attualmente in vigore vieta espressamente di “comparire mascherati in luogo pubblico” e per chi contravviene è prevista una sanzione amministrativa. Se si rifiuta il riconoscimento è prevista una ulteriore sanzione.
Il Ministro Giovanardi rispondendo in Parlamento ad una interrogazione della Lega ha affermato che l’applicazione di queste norme ” non può assolutamente essere interpretata come forma di discriminazione per le donne di religione islamica,” perché anche “il rispetto della libertà religiosa deve essere sempre coniugato con l’osservanza dell’ordinamento giuridico vigente”.
Con una circolare del 24/07/2000 il Ministero dell’Interno ha precisato che il “chador”, il velo o il turbante, imposti da motivi religiosi , “sono parte integrante degli indumenti abituali e concorrono, nel loro insieme, ad identificare chi li indossa, naturalmente purchè mantenga il volto scoperto”.
Pertanto tali copricapo sono ammessi, in ossequio alla libertà religiosa, purchè i tratti del volto siano ben visibili.
Detto questo, sul problema del “burqa” o del “hijab”, io credo che si debba evitare drammatizzazioni o speculazioni elettoralistiche , come qualcuno sta facendo, ma nel contempo va anche affermato che in una società libera vige l’obbligo della riconoscibilità personale e fisica del cittadino.
Si potrebbero fare anche delle distinzioni: ad esempio, in certi ambienti o in certe situazioni, dove è necessario od opportuno l’identificazione della persona (controlli della polizia o dei carabinieri; passaggio di frontiera; rapporti con uffici pubblici; scuole; ospedali; tribunali; ecc.) credo sia assolutamente necessario vietare il “burqa”.
Mentre invece il “burqa” potrebbe essere consentito quando si cammina in strada (è esotico come dice Giorgio Armani, ma non dà fastidio) o quando, ovviamente, si è in casa propria.
Importante è comprendere che il “burqa” è sì un simbolo religioso, ma nasconde il volto di chi lo indossa, invece il “chador” o altri copricapo mantengono il loro significato religioso e simbolico, ma non nascondono il volto.
La riconoscibilità delle persone è una garanzia di tipo liberale.

2 comments for “La legge francese sull’esibizione dei simboli religiosi e la questione del “burqa”

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