La storia recente del PLI

E’ uscito, per i tipi dell’editore Rubettino, un saggio di Giovanni Orsina, direttore scientifico della Fondazione Einaudi presieduta da Valerio Zanone. Vuol essere una sintesi della storia del Partito Liberale nell’Italia repubblicana. Al volume è allegato un DVD-Rom realizzato per la Fondazione Einaudi grazie al contributo finanziario del Ministero dei Beni Culturali.

Preceduto da una prefazione di Zanone, il saggio risulta una riflessione sul “luogo politico” (l’espressione è di Orsina) del Pli nell’Italia repubblicana. E’ lo stesso autore ad ammettere, però, che è viziato da “incompletezza e imprecisione”. Dunque, è doveroso fare qualche precisazione, perché non c’è dubbio che la storia del Pli, così come viene tratteggiata dall’Orsina, contiene lacune, alcune rilevanti.

Nella sua Presentazione (“Una storia da scrivere”), Zanone dice che il saggio di Orsina è incentrato sulla vicenda politica malagodiana dagli esordi della opposizione al centrosinistra fino al 1976. “Restano – scrive – da documentare e descrivere le vicende del Pli dopo il 1976: l’opposizione liberale al compromesso consociativo, le parziali intese fra i partiti della tradizione laica, l’esperienza del lib-lab che condusse al ciclo lungo dei governi di pentapartito, fino al sisma del 1993 e al crollo dei partiti storici”.

E però appare evidente in questa storia, sia pure tracciata sommariamente, la disposizione, forse dovuta a informazioni limitate, a sottolineare – dopo il dovuto spazio e la giusta attenzione alla lunga stagione liberale di Malagodi (quest’anno ne ricorre il centenario della nascita) – la vicenda della segreteria zanoniana, certamente importante ma non esaustiva per una storiografia obiettiva.

In un saggio di quarantotto pagine fitte – che non sono poche per una sintesi storiografica che si dilunga nell’esaminare la segreteria di Malagodi e quella di Zanone – non è giusto, francamente, ignorare vicende e personaggi che hanno animato la storia del Pli.

E’ davvero troppo poco, per esempio, annotare brevemente che “…fra il 1985 e il 1986 la destra del partito tornò alla segreteria con Alfredo Biondi, prima che la sinistra prevalesse di nuovo con Renato Altissimo”.

E’ troppo poco e non esatto. Destra e sinistra, se così vogliamo chiamarle, in quel periodo non erano proprio collocate come l’Orsina annota. Una ricerca più accurata potrà farne constatare la diversità.

Fin dal 1979 e per tutto il periodo fino al 1986, a battersi come minoranza all’interno del Pli fu “Autonomia liberale” una componente non proprio identica, per uomini, contenuti ed azioni, alla vecchia destra liberale.

Per l’esattezza va precisato che Biondi e Costa (ma perché, poi, quest’ultimo non viene mai citato?) sono sempre stati fino al 1985 nella maggioranza zanoniana.

Per una valutazione corretta va detto altrettanto che il gruppo di “Autonomia Liberale”, fin dal 1979, non si pose mai in posizione di critica preconcetta rispetto alla Segreteria Zanone. Svolse lealmente una opposizione dialettica con funzioni di stimolo, controllo e critica non faziosa.

In quegli anni, su molti problemi, il Pli assunse posizioni incerte e grigie, comunque non aggreganti, praticando quasi una sorta di abdicazione ideologica, sì che risultò spesso difficile riconoscere “l’identità”del partito, distinguerne la “diversità” dai partiti alleati.

Ne venne un’immagine sbiadita del Pli, poco incisiva, un appannamento di indirizzo ideologico e di propulsione politica.

Al Congresso di Firenze del 1981, il gruppo di “Autonomia Liberale” presentò “20 Tesi”, rilanciando la posizione classica del liberalismo: una politica neo-liberista (“meno Stato più libertà”), la rivalutazione dell’individualità e della privata iniziativa, le privatizzazioni, il taglio delle spese e dei privilegi corporativi, la riduzione del peso delle burocrazie pubbliche, una radicale riforma fiscale.

Va pure ricordato che al Congresso di Firenze “Autonomia Liberale” si presentò con lo slogan “Lib-lib” contro “Lib-lab”.

E’ giusto rilevare che in quegli anni – dal 1979 al 1993 – 94 – fu proprio “Autonomia Liberale” a dar vita a dibattiti e confronti robusti all’interno del partito.

Vanno segnalati, oltre alle mozioni e gli interventi nei Congressi e nei Consigli nazionali, alcuni convegni organizzati da “Autonomia liberale”, che ebbero particolare rilievo nella vita del partito: a Montecatini il 14 e 15 gennaio 1984; a Roma il 6 ottobre 1984; un seminario di studi per giovani a Spoleto il 5 – 9 marzo 1985, conclusosi con il lancio di un “Manifesto Liberale” firmato, tra gli altri, da Nicola Abbagnano, Vittorio Enzo Alfieri, Giovanni Arpino, Roberto Einaudi, Armando Frumento, Antonio Martino, Enrico Mattei, Sergio Ricossa, Bruno Zincone.

Nel 1982 il gruppo di “Autonomia Liberale” diede vita anche ad un periodico, “Il Nuovo”.

Obiettivo di “Autonomia Liberale” fu sempre – molti documenti lo dimostrano – la salvaguardia della identità e della autonomia ideologica del Pli. Lo stesso Orsina nel suo saggio annota che l’ “impianto culturale”del Pli in quegli anni fu decisamente spostato a sinistra, tanto che ne venne la scelta di schierarsi spesso acriticamente sulle posizioni del Psi, il che suscitò non pochi rilievi dall’esterno, facendo venir meno motivazioni profonde per le adesioni.

Sia permesso di segnalare qui alcune pubblicazioni, a firma del sottoscritto, di quel periodo nell’ambito della vita del Pli: 1) Libro bianco: la prossima rivoluzione italiana (1980); 2) Breviario liberale (1984); 3) La carta vincente (1985); 4) Liberali così (1986).

Dopo le dimissioni di Zanone dalla segreteria (luglio 1985) i gruppi interni al Pli si rimescolarono, scomparve, si può dire, la dialettica interna destra-sinistra.

In un primo tempo passò la segreteria Biondi, con l’appoggio, oltre che di Costa, di numerosi esponenti della sinistra, anche la più radicale (Patuelli, Morelli, Palumbo, Anselmi, Brenelli, in particolare il gruppo di “Presenza liberale”).

In un secondo momento (Congresso di Genova del maggio 1986) prevalse la segreteria Altissimo con l’appoggio determinante di “Autonomia Liberale”.

E’ francamente riduttivo, per non dire parziale, che nel saggio di Orsina la segreteria di Renato Altissimo sia appena citata e quasi accidentalmente.

Prevalse in quel periodo – 1986 – 1993 – la linea liberista in economia, soprattutto per sollecitazione di “Autonomia Liberale” (vice segretario Sterpa).

Fu la delegazione liberale nel Governo Andreotti (ministro e capo delegazione Sterpa) a porre come condizione l’approvazione della prima legge per le privatizzazioni, che passò alle Camere nel 1992 con voto di fiducia (vedere lettera di Sterpa al Corriere della Sera, rubrica di Mieli, del 26 aprile 2003) fermamente sollecitato, pena le dimissioni, del sottoscritto in Consiglio dei ministri e nel Consiglio di gabinetto.

Può essere anche utile, ai fini di una storia da scrivere, annotare che il Pli fu governato in provincia di Milano – zona di solide tradizioni e anche di successi liberali – da “Autonomia Liberale”. Ne fu segretario per diversi lustri il dottor Pierangelo Rossi, dirigente industriale, con un brillante curriculum professionale, che fu per qualche tempo apprezzato assessore al Bilancio al Comune di Milano, mentre assessore alla cultura, sempre per il Pli, era il filosofo Nicola Abbagnano.

Per una storia completa delle vicende liberali italiane in periodo repubblicano non va trascurato, infine, il tentativo di ricostruire un Partito liberale dopo la bufera degli anni Novanta e il crollo dei partiti storici.

Fu, è vero, un tentativo (1997) che ha avuto modesti risultati (ne furono protagonisti, tra gli altri, Bastianini, Benedetto, Nicoletta Casiraghi, Ciaurro, De Luca, Carla Martino, Melillo, Sterpa), ma con un suo indubbio valore morale, a cui si deve riconoscere se non altro il nobile proposito di non lasciar disperdere tradizioni e ideali di un glorioso partito risorgimentale.

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