Il riformismo liberale: una precisazione

La parola “riformismo” oggi è di moda: Se ne parla in convegni appositamente organizzati, in tavole rotonde, sui giornali; esce anche un quotidiano dal titolo“Il Riformista”.

Recentemente (qualche mese fa) anche Forza Italia ha organizzato a Milano un convegno sul riformismo.

L’impressione che ne ho avuto è stata quella di partecipare ad un convegno socialista, sia pure di vecchio stampo craxiano. Sembrava che il riformismo italiano fosse solo e soltanto  socialista. Non è così.

Il Riformismo liberale italiano non ha niente da imparare da quello socialista; esso ha origini lontane. Si richiama chiaramente all’esperienza giolittiana,  e soprattutto alle “Lezioni di politica sociale” e alle “Prediche inutili” di Luigi Einaudi.

A Milano, inoltre, ricordo solo come esempio la vicenda editoriale di un giornale settimanale quale “L’Idea Liberale” (pubblicato dal 1892 al 1906). Di fronte alle grandi trasformazioni industriali di fine secolo e alla crescita economica e sociale fortemente squilibrata, pur contrastando duramente il socialismo lombardo di marca positivista e gli assertori di una via radicale e giacobina al cambiamento,  detto settimanale si fece promotore di  un riformismo graduale moderno e di proposte costruttive e concorrenziali per la difesa dell’individuo e di modernizzazione, ma nel contempo anche  di aperta critica verso certa borghesia incapace di abbandonare un atteggiamento di “colpevole apatia” di fronte ai problemi sociali.

Negli anni ’60 del secolo scorso, ricordo inoltre l’intuizione (con relativa proposta) dei liberali milanesi  della necessità  della costituzione  di un’area metropolitana milanese, argomento oggi attualissimo, con una specifica Authority  (si veda il convegno “La Provincia Ambrosiana” nel 1964),  oppure lo studio e la proposta dell’attuale passante ferroviario.

Anche oggi, nonostante il fallimento storico del socialismo reale, la scuola di pensiero della sinistra socialdemocratica, cosiddetta riformista, pur riconoscendo e apprezzando la libertà  e l’efficienza del mercato,  di fronte ai grandi problemi di tutti i giorni, alla fine tende a  privilegiare il collettivo sull’individuale, il “politico” sul “privato”, le prescrizioni e i vincoli dirigistici alla flessibilità e alla responsabilità.

Un motto per i riformisti liberali è sempre stato senza alcun dubbio il seguente: uguali nelle opportunità; diversi nelle aspirazioni; liberi nelle scelte.

Il grado di riformismo non si valuta e si giudica, ad esempio, come è stato scritto recentemente su un quotidiano milanese, dalla volontà  di tenere sotto controllo le aziende municipalizzate, bensì da una politica che sappia coniugare, sì,  libertà e solidarietà per le fasce più deboli, ma anche e soprattutto dalla volontà e capacità di combattere e smantellare le incrostazioni burocratiche e corporative della nostra società, di eliminare i privilegi di tante categorie protette,  in modo da introdurre sempre più  i concetti di “opportunità”, “flessibilità”, “responsabilità” “ competizione”, “libertà di scelta”.

Capisco che tutto ciò non sia facile.

Il governo Berlusconi, partito con un programma elettorale riformista e liberale, in questi ultimi tre anni, ha perso tempo, smalto e incisività , perchè in molte occasioni si è impantanato in  continue e deleterie mediazioni di stampo democristiano, annacquando sempre più l’originaria  volontà riformatrice  (la mancata riforma delle pensioni; il rinvio della riduzione delle aliquote fiscali; la lentezza nell’affrontare i problemi della burocrazia e delle infrastrutture; le incertezze e i ritardi nell’emanazione del decreto per la difesa del risparmio e per i nuovi strumenti di controllo; il piano di salvataggio dell’Alitalia; ecc.).

Queste osservazioni critiche sono state da noi fatte in più occasioni su “Cartalibera” fin dall’inizio di questo giornale on-line.

Oggi, dopo le elezioni europee ed amministrative,  la situazione si è fatta molto più complicata.

Berlusconi, se vuole salvaguardare le originarie istanze riformatrici di tipo liberale-liberista,  più che dall’opposizione, deve guardarsi dagli alleati di governo.

Le recenti dimissioni del Ministro Tremonti e lo scontro con AN e UDC  di questi ultimi giorni ne sono un chiaro esempio.

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