Declassamento S&P: non minimizziamo

Dopo gli errori e abbagli presi recentemente dalle varie società internazionali di “rating” nei casi delle obbligazioni Argentina, Cirio e Parmalat, ora non dobbiamo stracciarci le vesti per il declassamento effettuato da Standard & Poor’s sui conti pubblici italiani.

D’altra parte invece le altre due società (Moody’s e  Fitch) hanno confermato i loro precedenti giudizi. Inoltre l’Ecofin, lunedì scorso, non ha creato problemi.

Quello che conta è il mercato e questo, per ora,  non ha reagito negativamente.

Quindi niente allarmismi esagerati, però non dobbiamo assolutamente minimizzare questo secco campanello d’allarme.

Si è detto che è difficile comprendere i motivi di tale declassamento senza intervenire sui rating

di Francia e Germania che presentano situazioni peggiori.

Non dimentichiamo però che il nostro Paese, a differenza della Francia e Germania, ha una situazione debitoria  sul PIL del 106,2%, debito enorme, accumulato soprattutto negli anni ’80 e primi anni ’90.

Abbiamo inoltre un debito che non diminuisce, una spesa pubblica crescente, specie per le pensioni e per la sanità,  un preoccupante invecchiamento della popolazione, un avanzo primario al netto degli interessi sul debito sull’1,5-2% rispetto al 5% programmato.

Già in un nostro precedente appunto (vedi  Cartalibera –1/07/2004) si diceva che la vera nostra minaccia è ancora il debito pubblico.

I partiti di governo, quindi, non devono minimizzare anche perché, per ora rischi non ce sono, ma ci potrebbero essere, sul breve-medio termine,  conseguenze negative per lo Stato, gli Enti pubblici, i risparmiatori e le imprese.

Se gli interessi sul debito pubblico (Bot; Cct; Btp) aumentassero di un solo punto, il Tesoro dovrebbe pagare  14-15 miliardi di euro in più all’anno.

Quello che preoccupa sono le motivazioni politiche di questo declassamento:

“ Per portare realmente a compimento una consistente politica fiscale serve un governo coeso. Dopo l’abbandono del Ministro dell’Economia e con l’incertezza intorno alla coalizione di governo è difficile poter prevedere una politica forte e incisiva”.

“Se i previsti tagli fiscali non saranno accompagnati da una adeguata riduzione delle spese, il deficit potrebbe schizzare fino al 4% nel 2005 e nel 2006, mentre l’avanzo primario potrebbe scendere sotto l’1,5% del PIL”.

Le scelte del governo faranno ricredere questi analisti internazionali?

Le dimissioni di Tremonti, la litigiosità preoccupante all’interno della maggioranza governativa, il disimpegno inspiegabile dell’UDC , non fanno ben sperare.

Il governo non può continuare a parlare di riforme e poi diluirle, annacquarle o addirittura non attuarle.

Il Presidente Berlusconi  deve esprimere le sue doti di leadership ed imporsi ai suoi alleati riottosi, con decisioni e azioni concrete tali da coniugare, sì, efficienza di mercato e garanzie  sociali, ma tali da salvaguardare, soprattutto, le istanze riformatrici di tipo liberale e liberista.

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