La vera minaccia è ancora il debito pubblico

Come è noto, tutta la strategia economica del Governo è vincolata dai parametri di Maastricht e soprattutto dal non superamento del 3% nel rapporto del deficit pubblico e il prodotto interno lordo (PIL).

Alla prossima riunione dell’Ecofin (5 luglio), il Governo onde evitare un “early warning” da parte della Commissione europea , dovrà presentare un piano preciso (non a parole, come ha fatto con la

promessa della  riforma delle pensioni, oggi,  non ancora approvata) di tagli e misure per circa 7 miliardi di euro, una garanzia perché il deficit 2004 resti sotto il 3%.

E’ vero che altri Paesi, anche importanti, hanno più volte superato tale soglia del 3%; basti ricordare che per la Francia e la Germania, quest’anno,  sarebbe già la quarta volta.

Non dimentichiamo però che il nostro Paese, a differenza della Francia e Germania,  parte da una situazione debitoria sul PIL del 105%, debito enorme, accumulato soprattutto negli anni ’80 e primi anni ’90.

L’obiettivo del Governo italiano del 1996 era di ridurre il debito al 60% entro il 2015, mediante un “avanzo primario” (attivo dei conti pubblici prima degli interessi passivi dello Stato) di circa 5-5,50%  all’anno. La spesa per interessi, oggi, si aggira sul 5% del reddito del Paese.

In realtà negli ultimi anni, invece,  c’è stato un preoccupante peggioramento dei conti pubblici (con governi centro-sinistra e governo di centro-destra). Per il 2004 e 2005 si prevede un avanzo primario solo di circa 1-2% del PIL rispetto al 5-5,50% programmato.

Questo è dovuto ad un mancato contenimento e controllo della spesa corrente: stipendi del pubblico impiego, per la scuola, la sanità, acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione, trasferimenti alle imprese, nonché sprechi.

La vera minaccia, quindi, viene ancora dal debito pubblico.

Il punto di attacco non può che essere quello del rigore  e del ridisegnare le spese pubbliche: programma pluriennale di contenimento e razionalizzazione delle spese del settore pubblico; controllo severo dei meccanismi di decisione della spesa stessa; revisione straordinaria di tutta la legislazione vigente per annullare o quantomeno diminuire gli effetti moltiplicatori di spesa automatica incorporati, abolizione delle procedure di destinazione delle spese basate su raccolta di domande e successivo riparto tra i ministeri. Pertanto non solo rigore nella legislazione futura, ma adozione delle tecniche più moderne secondo le quali nessuna spesa è data per acquisita e scontata.

Le maggioranze governative devono anche avere gli strumenti per garantirsi da loro stesse.

La riforma delle pensioni non è più rinviabile.

Senza alcun dubbio, emendamenti e continue mediazioni, sia con l’opposizione che con le componenti più conservatrici della maggioranza,  hanno annacquato l’originaria spinta riformista del progetto di riforma delle pensioni.

Per evitare veti politici all’interno della maggioranza governativa, di fatto, il testo recentemente approvato dal Senato, è diventato una specie di mini-riforma,  con un risparmio dello 0,7% sul PIL abbastanza opinabile.

Ciò nonostante, pur con queste riserve critiche, dopo mesi di dibattito parlamentare, oggi non è più accettabile riaprire di nuovo la discussione su questa riforma previdenziale. Chi lo propone deve essere immediatamente fermato. Ricordiamo che l’impegno era di approvare la riforma entro lo scorso febbraio.

Se necessario il Governo  può porre anche la fiducia.

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