Reagan, un ricordo

Molto si è scritto già, in questi giorni, su Ronald Reagan, ma molto resta ancora da dire. A mezza bocca, anche i suoi dileggiatori di un tempo hanno dovuto ammetterlo: ha lasciato un mondo migliore di quello che ha trovato. In otto anni fece rinascere l’America, sia economicamente che politicamente. Creò venti milioni di posti di lavoro, ridusse di due terzi l’inflazione, rilanciò il commercio internazionale dando nuove opportunità ai paesi in via di sviluppo, generò la più lunga crescita economica della storia in tempo di pace; vinse la guerra fredda, schiantando l’Unione Sovietica, aprì i commerci con la Cina e ridiede energia e credibilità agli ideali di libertà in tutto il mondo.

Ma, mentre Margaret Thatcher è stata ammirata, Reagan è stato anche amato, forse come nessun uomo politico occidentale del dopoguerra. L’uomo era ancora meglio del politico, ed era tutt’uno con i suoi valori senza per questo diventare prigioniero di un clichè, perché i suoi valori erano soprattutto i valori della libertà, della dignità e della speranza. Reagan credeva con passione e semplicità al sogno americano, e diceva spesso che non è difficile fare il presidente degli USA, perché “siamo nani seduti sulle spalle di giganti” e quei giganti sono i padri fondatori della democrazia americana.

Qualche citazione aiuterà meglio a capire la persona. Innanzitutto l’autoironia: a chi gli rimproverava una certa pigrizia, rispondeva “Dicono che il lavoro duro non ha mai ucciso nessuno. Sarà: ma perché correre il rischio ?”. Aveva dato chiare istruzioni al suo staff:  “per le questioni importanti svegliatemi pure, sia di notte che durante le riunioni di Gabinetto”. A chi gli faceva notare l’età, rispose: “Thomas Jefferson diceva che un Presidente va giudicato per i suoi risultati, non per la sua età. Me lo disse, mi pare, nel 1802…”. Era una persona allegra ed amabile: gli piaceva enormemente, come a qualcun altro, raccontare storielle, e adorava, ricambiato, persino sua suocera: “dopo averla conosciuta –disse- non ho più raccontato barzellette sulle suocere: e potete immaginare quanto mi sia costato”. Una un po’ feroce la disse su Jimmy Carter, che detronizzò da Presidente nel 1980: “E’ recessione quando il tuo vicino perde il lavoro. E’ depressione quando tu perdi il tuo lavoro. E’ ripresa quando Jimmy Carter perde il suo”. Era un semplice con le idee chiare: parlando agli studenti dell’Università di Mosca nel 1988, durante una visita organizzata da Gorbaciov, alla domanda di uno studente su dove fosse la differenza tra libertà e licenza, rispose. “Vedete, in molti paesi vi sono leggi e costituzioni che stabiliscono, in nome dello Stato, dove iniziano e finiscono le libertà delle persone. La nostra Costituzione è diversa: inizia con “We the people”, e stabilisce dove e fino a che punto il Governo può limitare le libertà delle persone: la libertà è la regola, ed essa può essere limitata solo in pochi e precisi casi.” Del resto, da vero liberale, riteneva che “libertà vuol anche dire libertà di essere stupidi”. Da semplice, amava i semplici: quando telefonò a Malcom Baldrige per comunicargli che lo aveva nominato ministro per il commercio, la moglie gli disse di richiamare più tardi, perché stava domando un puledro. “Questo è l’uomo che fa per me, pensai immediatamente ”. Si riconosceva nella America semplice e profonda che credeva nella libertà e praticava la solidarietà. Altro che liberismo selvaggio e spietata legge della jungla: nei suoi discorsi si trovano più richiami al valore delle comunità e all’altruismo che all’efficienza e allo sviluppo. L’America delle Twin Towers, dei pompieri di New York la cercava nella quotidianità e la trovava ovunque, in mille piccoli e grandi eroismi che la nazione mostrava nei momenti del bisogno, e di cui vi è traccia in centinaia di medaglie d’oro alla memoria che ha distribuito in otto anni a eroi sconosciuti che hanno sacrificato la loro vita per gli altri e per il loro paese. Aveva in mente le future generazioni più delle prossime elezioni, ma non si fece incantare dalle sirene ecologiste: durante un comizio in Indiana disse: “Se ci fosse stato il Governo di mezzo quando il buon Dio era indaffarato a creare questo paese, l’Indiana non esisterebbe: sarebbe ancora in attesa di un certificato di impatto ambientale”. Nacque povero, a Tampico, Illinois: “in una stanza sopra gli uffici di una banca. Era l’unico contatto con una banca che avevamo.” “Eravamo poveri, ma la differenza era che lo Stato non veniva a ricordartelo ogni momento”. La sua visione sulla politica estera era tanto semplice quanto efficace, e la anticipò già nel 1975 con una dichiarazione sul Canale di Panama, la cui sovranità era in discussione: “lo abbiamo comprato. Lo abbiamo pagato. Lo abbiamo costruito. E non ce lo faremo portare via”.

Disse: “spero di non avere bisogno di trapianti, perché ho certe parti che oggi non fabbricano più”. In otto anni di mandato fu operato all’orecchio, al colon, alla prostata, di cancro alla pelle, e subì un attentato, senza mai perdere l’ottimismo. Ai dottori che stavano per operarlo d’urgenza dopo l’attentato, susurrò: “vi prego, ditemi che siete repubblicani”. E’ un Presidente che non sarà dimenticato.

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