Sì al dialogo, no alla concertazione

La proposta di “concertazione strategica” lanciata da Montezemolo, nuovo presidente della Confindustria e del Gruppo Fiat , fa proseliti.

Ha avuto un coro ampio di consensi anche di tipo trasversale; adesioni  positive  da parte del Governatore Fazio, da parte dei sindacati organizzati, da parte della maggior parte dei politici di opposizione e della  maggioranza, anche se, per alcuni esponenti della maggioranza governativa,  il consenso è stato espresso un po’ a denti stretti.

A distanza di qualche giorno dall’assemblea della Confindustria, la situazione è diventata più chiara.

L’ex-Ministro dell’Industria e responsabile economico DS, Pierluigi Bersani, commentando su “Il Corriere della Sera” (2 giugno), la proposta di “concertazione strategica” lanciata da Montezemolo e la relazione del Governatore Fazio, si dichiara d’accordo per “una nuova concertazione che recuperi la logica dello scambio che parte dal rilancio della competitività e del recupero dei redditi. Se immaginiamo un primo tavolo, questo deve partire dal controllo dell’inflazione, delle tariffe e dei prezzi con rimbocco delle fasce più basse. ….Il punto è proprio lo scambio”. Inoltre  aggiunge: “La strada è quella indicata da anni dal centro-sinistra”.

Questa affermazione di un dirigente qualificato come Bersani, come del resto altre dichiarazioni di esponenti della sinistra e del sindacato (Visco, Epifani’ ecc.)   suona un campanello d’allarme preoccupante, cioè di una chiara volontà di ritorno al passato.

Se concertazione significa un meccanismo per far esprimere gli interessi costituiti,  dialogo tra le parti sociali, se vuol dire cercare di fare squadra, sistema,  per l’interesse comune del Paese, mi va bene. In sostanza, lavorare  insieme per incidere sul futuro dell’economia, nella piena autonomia delle parti sociali.

Tale politica può avere solo un significato di semplice “orientamento” e indicazione di una serie di “paletti” di riferimento come supporto all’azione quotidiana degli operatori pubblici e privati.

Dialogare sì, ma poi decidere.

Se invece si vuole tornare alla vecchia concertazione (anni ’80 e ’90) che deve essere necessariamente “condivisa” da tutte le parti sociali, quindi con possibilità di veto, non mi sta più bene.

L’esperienza degli anni  ’80 e ’90 è stata negativa. Ha provocato:  in alcuni casi, la non azione, il blocco, e quindi nessuna decisione concreta di cambiamento oppure, in molti altri casi, lo scarico dei costi degli accordi sindacali sulla finanza pubblica.

Basti ricordare la deleteria politica assistenzialistica  dei quegli anni (continue e prolungate casse

Integrazioni, aiuti abnormi ad aziende in difficoltà  o addirittura decotte,   salvaguardia di aree di privilegio e di intollerabili rendite, sprechi). La stessa politica delle tariffe, dei prezzi amministrati, degli affitti ha creato una serie di distorsioni, di aree di privilegio, di inefficienze preoccupanti e strutturalmente negative. Ancora oggi ne subiamo le conseguenze .

In quegli anni le relazioni industriali si erano profondamente  modificate mediante un coinvolgimento concreto delle maggiori associazioni di lavoratori e datori di lavoro in scelte di politica e programmazione economica, scelte che avrebbero invece dovuto spettare esclusivamente all’esecutivo e al legislativo.

Praticamente i rapporti che si erano instaurati tra le parti sociali, raccordando esigenze contrattuali alle compatibilità economiche generali, di fatto si basavano sullo “scambio politico”, piuttosto che sulla logica tipica del contrattualismo tradizionale.

Le negoziazioni concertate o triangolari tra lo Stato e le principali organizzazioni del lavoro  e del capitale anche su scelte strategiche di sviluppo dell’intero Paese avevano portato inevitabilmente a nuove forme di corporativismo in una democrazia pluralistica e spesso a fare da copertura a politiche meramente assistenzialistiche.

E’ necessario pertanto ora denunciare queste interpretazioni o ipotesi di nuova “concertazione” (a mio avviso, “neo-corporativa”, anche quando viene denominata “neo-contrattualismo”), questi metodi ed obiettivi della contrattazione come strumento generale di Governo del sistema economico, mettendo in discussione la rappresentatività di determinate associazioni e il loro ruolo come agenti negoziali per tutti i cittadini.

Ben altro ci vuole per rilanciare l’economia.

Ritorno all’autonomia delle “parti sociali”, alla loro fisiologica conflittualità dialettica, sia pure mitigata da precise “regole del gioco” stabilite e garantite dallo Stato, cioè da regole che definiscano con chiarezza il sistema dei controlli ed equilibri tipici delle libere democrazie.

Valorizzazione del mercato, con le sue regole economiche ed obiettive per la determinazione dei redditi; un mercato, certo, non perfetto né in equilibrio, ma che permette l’espressione del massimo di libertà e di responsabilità per gli individui.

Non per niente, Luigi Einaudi esaltava le “lotte del lavoro” e considerava morta una società senza contrasti.

Bisogna avere il coraggio e la capacità di smitizzare e superare certi miti o illusioni, certe cosiddette “saggezze convenzionali” che, specie nel recente passato,  hanno condizionato il modo di pensare e di operare nel campo della politica economica, sostanziosi residui di impostazioni ideologiche per nulla coerenti con un’economia  di mercato.

Un importante commentatore liberale, come Piero Ostellino, qualche mese fa,  a proposito  della revisione del sistema giudiziario, si chiedeva: “La si chiami collaborazione oppure  concertazione, come fa la sinistra, è realisticamente ipotizzabile che si possa  cambiare il Paese attraverso, o malgrado, queste forme di corporativismo che inquinano tanto profondamente la nostra democrazia rappresentativa? Personalmente, non lo penso. Anzi , penso che il retaggio storico del fascismo e la propensione dell’attuale classe politica a venire a patti con le corporazioni (dai tassisti ai farmacisti, dai notai agli architetti, ai magistrati) siano un fattore distorsivo per la nostra democrazia e il maggiore ostacolo al cambiamento e che, perciò, riformismo e concertazione siano concettualmente e politicamente termini antitetici e contraddittori: o si è per le riforme o si è per la concertazione.

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