La nuova concertazione

Se nelle parole d’ordine “concertazione” e “fare sistema”, come pare nel discorso d’investitura dell’uno-e-trino Luca Cordero di Montezemolo, è racchiusa la nuova filosofia politica degli industriali italiani, allora siamo nei guai.

Cosa è stata, di fatto, la concertazione? Una formula magica, di magia nera, che funziona in questo modo: due parti, che hanno un problema tra di loro,  trovano il sistema per risolverlo facendo pagare il conto ad un terzo, grazie all’intervento dello stato. Le due parti sono, di solito, grandi industrie e sindacati, ed il terzo, il babbeo, è quasi sempre il contribuente. Parafrasando quel generale franchista che udendo la parola “cultura” sentiva la mano automaticamente avvicinarsi alla pistola, possiamo dire che quando udiamo sussurrare “concertazione” è come se sentissimo una mano aliena che si avvicina al nostro portafoglio. Gli esempi, negli ultimi trent’anni, sono innumerevoli: basti ricordare le casse integrazioni e le “mobilità lunghe” che hanno consentito a molte aziende pubbliche e private di stipendiare, a casa loro, fino a undici (dicasi undici) anni con denaro pubblico dipendenti in esubero, o le bidelle pensionate a 39 anni, o ancora i finanziamenti a pioggia per riconversioni o nuove iniziative che creavano sì nuovi (precari) posti di lavoro, ma al modico costo di qualche centinaio di milioni l’uno. Il costo, quando non è “girato” al contribuente, lo pagano le future generazioni (vedi prepensionamenti) o altri settori meno politicamente forti (lavoratori autonomi in particolare).

Se la concertazione fosse uno strumento scorretto, ma efficace, per tutelare il propri interessi, potremmo ancora capire: dopotutto, Confindustria è anch’essa un sindacato, e deve tenere le parti dei suoi iscritti, mica di noi poveracci che un industria non l’abbiamo. Ma non è così: la concertazione nuoce tanto ai contribuenti quanto a imprenditori e sindacati stessi, e soprattutto non risolve i problemi che vorrebbe affrontare. Vediamo perchè.

Il modello della concertazione è fallito già da più di venti anni su scala mondiale. A dimostrarlo è il caso del grande malato d’Europa, la Germania, che della concertazione ha fatto un modello di gestione sia della cosa pubblica che di quella privata, tanto che i sindacati siedono nei consigli d’amministrazione e che nessuna ristrutturazione aziendale è nemmeno pensabile senza un piano concordato con essi. Il modello tedesco ha prodotto quattro milioni di disoccupati, ed una lentezza, nel reagire alle situazioni di crisi, spaventosa, tanto da azzerare l’enorme potenziale di crescita derivante dalla unificazione del 1989. Ricordate la preoccupazione sul futuro strapotere tedesco, quando dopo la caduta del muro ci si rese conto del peso che una nazione di ottanta milioni di uomini, ricca di risorse scientifiche, tecniche, finanziarie, naturali e culturali avrebbe potuto avere? Ebbene, oggi la Germania dell’est cresce a ritmi molto più lenti della Russia e della Polonia, ed il Cancelliere Schroeder viene preso a schiaffi, metaforicamente e non, da suoi stessi elettori. Ma il modello era prima fallito in Gran Bretagna, dove dopo Churchill sia Laburisti che Conservatori avevano fatto del “muddling through”, cioè della mediazione, lo stile inevitabile di governo, accumulando problemi che la Thatcher prima, e Blair dopo, avrebbero risolto rivoltando l’Inghilterra come un calzino. Dove c’erano le miniere, e i sindacati a picchettarle, la Thatcher mandò la polizia a cavallo, e ora vi sono industrie elettroniche ed un tasso di disoccupazione pari ad un terzo di quello tedesco: in Germania avrebbero convocato un comitato dal nome impronunciabile, ed i contribuenti sarebbero ancora lì a pagare lo stipendio ad ex-minatori disoccupati.

Perché il problema della concertazione è questo: che non risolve i problemi, ma li rinvia solamente. I casi Fiat e Alitalia sono emblematici. Gli aiuti di stato che, in mille modi, sono arrivati nelle tasche dell’azienda torinese per scongiurare dolorose ristrutturazioni, hanno reso quasi mortale una crisi di mercato congiunturale, ritardando decisioni che, se prese cinque anni prima, avrebbero consentito un risanamento ed un rilancio veloce. Identica situazione per Alitalia: solo ora che si parla seriamente di fallimento si cercano soluzioni strutturali, e non pecette. Se i mille privilegi che la nostra Compagnia di bandiera ed i suoi dipendenti hanno fossero stati messi in discussione per tempo, e non tutelati grazie proprio alla “concertazione”, oggi non saremmo a questo punto. Del resto, e stupisce enormemente che Confindustria non lo ricordi, tutte le azioni che hanno consentito al nostro paese di uscire dal medioevo sindacale sono avvenute “fuori e contro” le logiche della concertazione: basti pensare alla marcia dei quarantamila della Fiat, al referendum di Craxi sulla scala mobile, alla legge Biagi, alla prossima riforma delle pensioni.

E’ dunque un modello sconfitto e improponibile, che si scontra frontalmente con la filosofia liberale della storia e della società, che vede come inevitabile e positivo il conflitto e lo scontro degli interessi, in una “distruzione creatrice” che non vuole l’imbalsamatura dell’attuale, ma la costante evoluzione delle forme di vita economica e sociale. Una rete di protezione delle fasce deboli è sacrosanta, ed anche funzionale alla accettazione del nuovo e del rischio, ma non va confusa con operazioni di lobbying a tutela degli interessi esistenti.

La concertazione e’un modello inoltre fuori dal tempo anche rispetto al sistema politico che abbiamo adottato (e di cui Confindustria è stata, paradossalmente, grande sponsor). Il bipolarismo richiede scelte nette, non mediazione continua; assunzione di responsabilità da parte di chi governa, e dovere di controllo agli altri, non cerchiobottismo; visione coerente di medio periodo, grazie anche alla riconquistata governabilità, e non gli esasperati tatticismi insiti nella concertazione continua. Anche il sindacato ci perde nella concertazione, come dimostra il proliferare dei Cobas: svolga il suo ruolo con durezza, quando è il caso, ma guardando in faccia la controparte ed i propri iscritti, e non chiudendosi in una stanzetta a scambiarsi favori con i politici e la grande industria, che è poi ciò che avviene in concreto quando si “concerta”.

Non stupisce dunque che i politici abbiano gongolato, quasi tutti, alle parole di Montezemolo: essi sono gli unici che ci guadagnano realmente, in una logica illiberale, ampliando il loro potere, come Carlo VIII chiamato a dirimere le dispute tra gli staterelli italiani. Finora questo Governo si è mosso in altro modo, e speriamo continui a fare così.

Stupisce invece che quasi tutti gli industriali sposino questa linea, ed è un preoccupante segnale di debolezza. Non sono capaci di gestire le relazioni industriali da soli, oggi che il sindacato in azienda è debole e confuso?  Credono veramente che con la CGIL, e con Bertinotti, si possa negoziare una ragionevole riforma delle pensioni? Ignorano forse che lo stato delle finanze pubbliche, e la normativa europea, non consentono di fare altri regali alle aziende improduttive, e che anzi altri privilegi dovranno sparire? Niente di tutto questo: io credo che la ragione sia squisitamente, unicamente, sinistramente politica. Confindustria prevede evidentemente che il Polo non vincerà la prossime elezioni, e si schiera, come da tradizione, in soccorso del vincitore, strizzando l’occhio al sindacato e ai futuri padroni del vapore. Facciamo le corna e soprattutto lavoriamo perché ciò non accada.

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