Pensioni: riforma sulla graticola

Da anni si parla della necessità urgente di rivedere il sistema delle pensioni. Gli stessi organismi europei lo chiedono sempre più  spesso.  Ricordiamo che tra le riforme decise a Lisbona, quattro anni fa,  riforme mai realizzate, c’era anche la riforma radicale del sistema pensionistico.

Da un recente rapporto  dell’INPS  risulta che nei prossimi tre anni la spesa per le pensioni potrebbe aumentare dell’8%. L’incidenza della spesa sul Prodotto interno lordo (PIL) del 10%, oggi  si aggira ormai sull’11%. D’altra parte l’aumento della spesa è chiaramente collegato al progressivo invecchiamento della popolazione. Le stime di detto rapporto sono  basate sulla normativa vigente.  Gli eventuali cambiamenti derivanti dalla proposta di riforma governativa  produrranno i maggiori risparmi solo a partire dal 2008.

La necessità di un intervento sul settore, dopo anni di rifiuto quasi pregiudiziale da parte della sinistra, oggi  è una realtà ormai condivisa anche da esponenti autorevoli (non tutti) dei partiti dell’opposizione e del sindacato.

Nel giugno 2001, appena arrivato a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi mette il problema delle pensioni ai primi posti dell’agenda del governo. E qui cominciano i “distinguo”.

Dopo due anni e più di discussioni e approfondimenti all’interno della coalizione governativa , finalmente nel dicembre scorso, il Presidente del Consiglio, a reti televisive unificate, annuncia e illustra la proposta governativa di riforma, che dovrebbe portare, a regime (cioè dal 2008), un risparmio di spesa dello 0,7% sul prodotto interno lordo. “Sulle pensioni abbiamo il dovere di intervenire, la situazione è insostenibile” dichiara e annuncia l’invio di una lettera  a tutte le famiglie per spiegare la riforma. L’ impegno era di approvare tale riforma entro lo scorso febbraio.

Tale progetto comunque conteneva alcuni aspetti discutibili. Infatti gli aumenti dell’età di pensionamento si avrebbero solo a partire dal 2008  e sarebbero poco graduali (il cosiddetto “scalone”). Si pensava che posticipando la riforma al 2008, l’opposizione, in particolare, dei sindacati, fosse meno rigida. A detta di molti esperti, sia per motivi di equità che di contenimento della spesa, sarebbe stato meglio procedere immediatamente al progressivo e graduale innalzamento dell’età di pensionamento.

Successivamente tale proposta (già approvata dal Consiglio dei Ministri), su richiesta e sollecitazione dell’UDC e di AN (verifica politica), viene modificata e ammorbidita. Poi altre modifiche da parte della Lega, come un sub-emendamento che prevede la possibilità di andare in pensione d’anzianità a 57 anni (sia pure con un assegno più leggero), anche dopo il 2008.

Emendamenti  e continue mediazioni  emerse in sede di commissione Lavoro che in aula, sia da parte delle componenti più conservatrici della maggioranza che da parte dell’opposizione hanno annacquato ancora di più l’originaria spinta riformista di tale progetto.

Vengono cancellate due misure importanti contenute nella riforma originaria, e precisamente:

a)      il trasferimento obbligatorio del TFR (trattamento di fine rapporto) ai fondi di previdenza integrativa;

b)      La decontribuzione , cioè il taglio dei contributi sui nuovi assunti.

In sostanza, soprattutto per evitare veti politici all’interno della maggioranza governativa, il grande progetto di riforma previdenziale di cui il nostro Paese ha urgente bisogno, di fatto, sta diventando (o è diventata),  una specie di mini-riforma

Il progetto approvato recentemente da un ramo del Parlamento (Senato), ora,  si è bloccato di nuovo a causa delle prossime elezioni europee e amministrative. A questo punto cominciano a nascere parecchi dubbi e perplessità. Le modifiche già apportate alla proposta originale, molto probabilmente, ridurranno i risparmi previsti. Il risparmio dello 0,7% sul PIL è già molto opinabile. Non se ne parla più.Già si parla di riforma insufficiente.

Ora non vorremmo che tra qualche anno si dovesse ritoccare di nuovo l’impianto della riforma pensionistica, come è già avvenuto nel recente passato: si veda la riforma Amato del ’92 e la riforma Dini del ’95.

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