IRAQ: la verità, sottovoce

Io, personalmente, non sono pacifista: tra Attila e Don Vitaliano Della Sala, mi sta più simpatico il primo. Tuttavia, sottovoce e tra di noi, a questo punto dobbiamo dircelo: la guerra di Bush all’ Iraq è stata, per la sicurezza e le strategie globali dell’ occidente libero, un terribile errore. Una seria riflessione sulla politica estera e di difesa degli USA si impone, da parte dei suoi alleati, e non può che partire da lontano.

Due diverse visioni di politica estera si sono contrapposte, storicamente, negli Stati Uniti: una isolazionista ed una mondialista. La prima è sempre stata diffidente rispetto a operazioni militari all’estero (se non nel “giardino di casa”, cioè in Centro America), mentre la seconda ha visto la potenza militare come strumento di diffusione dei valori (e degli interessi, che viaggiano come ovunque in coppia) americani nel mondo. La visione  isolazionista è storicamente tipica della destra americana, del Partito Repubblicano, mentre la seconda si è identificata non solo con il Partito Democratico, ma proprio con i Presidenti “più a sinistra” dello stesso. Woodrow Wilson spinse gli USA nel primo conflitto mondiale, F.D. Roosevelt, come ora si sa, arrivò a “provocare” i giapponesi pur di entrare in guerra, J.F. Kennedy mandò le truppe americane in Viet Nam (e i mercenari a Cuba). Ancora oggi, mentre alcuni “liberals” (ma, non a caso, non tutti) vogliono togliere le truppe dall’ Iraq, altri ne vogliono mandare di nuove in Liberia e Sierra Leone, per “pacificare” i conflitti locali. Al di là del giudizio contingente sulle ragioni, molte comprensibili, dell’entrata in questi conflitti, non è un caso che sia abitualmente il fronte progressista americano a volere esportare la democrazia con i cannoni. Ciò, da un lato riflette la modesta sensibilità storica di certa cultura progressista, figlia dell’ illuminismo più radicale, che anche quand’è in buona fede finisce spesso col sostituire dittatori reazionari con dittatori giacobini (vedi Aristide ad Haiti). Ma soprattutto, la mentalità “imperialista” si sposa necessariamente con quella “statalista” tipica della sinistra: più guerre vuol dire più stato, più spesa pubblica, più cointeressenze pubblico/privato (vedi il caso Cheney/Halliburton), più disinteresse per le libertà individuali: tutte implicazioni che hanno sempre fatto inorridire i conservatori USA, finora sempre restii a sacrificare vite e denari per gli interessi di lobbies interne e avventurieri stranieri. Si badi, essere isolazionisti non ha mai significato essere deboli o disarmati, chiudere gli occhi ed il portafoglio di fronte al pericolo: fu un repubblicano “classico”, Ronald Reagan, a far crollare l’impero del male con una partita a scacchi militare geniale ma costosissima; e ineccepibili sono stati gli interventi militari all’estero dei due Bush in Kuwait ed in Afghanistan, dove gli interessi vitali dell’ America, e dell’intero Occidente, erano davvero in gioco.

Ma la guerra all’ Iraq è diversa. Saddam non era un alleato di Al Quaeda; rispetto all’integralismo islamico era forse più un argine che un fattore di rischio, e neppure aveva queste misteriose armi di distruzione di massa. Questo, gli strateghi della Casa Bianca non potevano non saperlo. Perché allora hanno deciso di invadere l’Iraq (e si era capito dal primo momento che avrebbero comunque scatenato la guerra), generando questo enorme pasticcio? Vi sono due spiegazioni alternative: una sanamente cinica, l’altra pericolosamente ideologica. La prima è che gli USA stessero notando una progressiva perdita di controllo degli alleati strategici nei paesi del Golfo (Arabia Saudita su tutti), e volessero “dare una lezione” ad un loro nemico per far capire a tutti che chi non è con loro è destinato a fare una brutta fine. In questo caso vi sarebbe stato un gravissimo “errore di calcolo” (sulle difficoltà della gestione del dopo-Saddam), ma all’interno di una politica estera basata sulla “realpolitik”, ed il realismo, in politica, offre sempre delle vie d’uscita. La seconda versione, ideologica e “commerciale”, farebbe pensare che l’amministrazione Bush ha fatto propria la filosofia di politica estera della sinistra americana, e che volesse veramente “liberare” l’Iraq, con quelle buone intenzioni che, nella storia, lastricano spesso di cadaveri le vie dell’inferno, e questo sarebbe un terribile errore strategico, non tattico. E’ chiaro che la soluzione non può essere ora abbandonare l’Iraq, o lasciare soli gli Stati Uniti a gestire questo dramma, come è chiaro che i pacifisti sbagliano quando si limitano a dire che la soluzione nella guerra al terrorismo non può essere militare ma solo politica. Come conciliare dunque l’amicizia con gli USA e la fermezza contro il terrorismo con una strategia che porti a ridurre il conflitto con il mondo arabo e non ad allargarlo?

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