Aspettando Godot

Stiamo tutti aspettando Godot. Cioè aspettiamo tutti, da destra a sinistra, chi con speranza chi con timori, il risultato delle votazioni del 12 e 13 giugno. Che però, c’è da giurarlo, non produrrà mutamenti immediati, tanto meno quell’avvicendamento che la sinistra spera.

Mancano ancora due anni al termine della legislatura e, a meno che il risultato elettorale non sia un disastro per il centro-destra, il che pare ragionevolmente improbabile, non si vede come l’opposizione potrà pretendere le dimissioni del Governo ed elezioni politiche anticipate.

Aggiungiamo per correttezza di analisi: a meno che non venga a mancare la maggioranza per la diserzione di alleati numericamente determinati.

Fatta questa doverosa premessa, non nascondiamo dietro un dito alcuni dati preoccupanti. Ci sono indubbiamente alcune passività nel bilancio politico del Governo. Che il Paese non goda buona salute è visibile ad occhio nudo. Ne sono spia chiarissima la crisi della Fiat, i casi Cirio e Parmalat, il disastro dell’ Alitalia, oltre che lo svigorimento generale del sistema produttivo.

Tutto ciò ha logorato gravemente la fiducia dei cittadini, che non sono mai stati attenti come ora ai temi economici.

Queste sono osservazioni che non bisogna lasciare soltanto all’opposizione, la quale peraltro non può dirsi incolpevole ed attribuire ogni responsabilità alla maggioranza, che è al governo solo da tre anni ed ha avuto in eredità manifestazioni tutt’altro che leggere di patologia diffusa. Su cui poi sono piovuti pesantemente i colpi del terrorismo (11 settembre 2001, guerra in Irak) e conseguente crisi mondiale.

Mancheremmo di lealtà prima di tutto verso un Governo che ha avuto il nostro assenso, se non annotassimo obiettivamente la gravità della situazione. Ne accenneremo sommariamente. E’ mancata una politica economica creativa. Non è stata praticata una politica industriale innovativa e rinforzante. C’è stata poca attenzione per una politica di sviluppo tecnologico e della ricerca, il che ha contribuito notevolmente allo svigorimento del sistema industriale.

Qui le responsabilità risalgono nel tempo e non sono soltanto della iniziativa pubblica. Non poche vanno addebitate al mondo imprenditoriale.

Qualcosa va detto anche per il settore dei lavori pubblici, il cui ruolo da sempre è quello di fornire infrastrutture, si che ne possano venire attività collaterali oltre che occupazione e incoraggiamenti all’iniziativa e agli investimenti privati. Non sono molti i cantieri aperti e molte infrastrutture programmate sono ancora nel campo delle promesse.

Passiva è stata in qualche modo fin qui la politica sanitaria, da cui ci si aspettava riforme coraggiose ed innovative, e che invece ha deluso soprattutto il mondo della medicina, che nelle elezioni del 2001 è stato uno degli elementi portanti del successo della Casa delle libertà.

Fermiamoci qui. Esprimendo la speranza che al più presto venga la scossa che risvegli la fiducia e riapra la porta alla ripresa.

C’è ora la promessa di un nuovo, fisco, che porti a due aliquote Irpef, il 23 ed il 33 per cento. Non c’è che da aspettare che i propositi espressi dal Governo siamo resi chiari e soprattutto si sostanzino in fatti.

Una notazione finale. Il premier  colga l’occasione del risultato elettorale, quale che sia, per tonificare fortemente l’azione di governo. Raggiunto il tanto desiderato traguardo del Governo più lungo, egli trovi il coraggio e la fantasia, senza perdere altro tempo, per dare un nuovo inizio alla sua politica. Sarà la prova decisiva, quella che potrà impedire alla peggiore sinistra della nostra storia politica di impadronirsi del potere.

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