Repubblicani e democratici si confrontano per la Casa Bianca

Quelle in programma il 2 novembre 2004 sono per gli Stati Uniti d’America le cinquantacinquesime elezioni presidenziali. Peraltro, se si guarda agli schieramenti politici in campo, nell’occasione, democratici e repubblicani si contenderanno la Casa Bianca per la trentottesima volta gli uni contro gli altri.
E’ infatti a partire dalla campagna del 1856 (i primi candidarono James Buchanan e i secondi – nati da appena due anni – gli contrapposero, perdendo, John Fremont) che i due partiti, scomparsi i Whigs e svanito nel nulla il Free Soil, si confrontano, praticamente senza terzi incomodi di un qualche peso.
Conquistata White House nel 1860 con Abramo Lincoln, i repubblicani hanno in seguito trionfato in altre ventuno circostanze e, a ben guardare, è possibile sostenere che, ove non intervengano fatti straordinari, salvo rarissime occasioni, è proprio il partito di Bush ad essere maggiormente gradito dall’elettorato (anche se non altrettanto può dirsi con riferimento alle elezioni per il Congresso).
E valga il vero. Nel periodo 1860/ 1932, la lunga sequenza di presidenti appartenenti al partito dell’elefante (i democratici, invece, hanno per simbolo un asino) è stata interrotta solamente da Grover Cleveland – eletto due volte non consecutivamente, nel 1884 e nel 1892 – e da Woodrow Wilson il quale, nel 1912, ottenne il suo primo mandato approfittando della profonda spaccatura interna ai repubblicani che si divisero tra sostenitori del capo di stato in carica William Taft e il ‘cavallo di ritorno’ Teodoro Roosevelt, presentatosi, alla fine, con un proprio partito creato per la bisogna.
Susseguentemente, è in piena ‘Grande Depressione’ che Franklin Delano Roosevelt strappa nuovamente lo scranno presidenziale ai repubblicani che, a far data dal 1952, hanno lasciato ai rivali White House perdendo solamente nel 1960 (vittoria di Kennedy), nel 1964, in piena Guerra del Vietnam, nel 1976, a seguito dello scandalo del Watergate, e nell’era clintoniasna.
Come si vede, ad eccezione di Cleveland, Kennedy e Clinton, tutti gli altri democratici arrivati alla presidenza sono riusciti nell’impresa in situazioni straordinariamente negative per i repubblicani in quel momento al potere.
E’ alla luce di quanto or ora esposto che, malgrado alcuni sondaggi oggi contrari, appare probabile la riconferma a novembre di George Walker Bush a favore del quale, per di più, gioca la ridistribuzione dei delegati dei singoli Stati in conseguenza dei risultati del censimento del trascorso 2000 a proposito del quale va notato che pur essendo rimasto invariato (cinquecentotrentotto) il numero totale del delegati da eleggere nelle presidenziali americane – ricordiamo che sono appunto i delegati che nominano il presidente in seno al Collegio nazionale essendo quella dell’inquilino di White House una elezione ‘di secondo grado’ e non ‘diretta’ – notevoli sono state le variazioni, in più o in meno (secondo l’incremento o la diminuzione della popolazione residente), nelle singole realtà.
Guardando, appunto, agli esiti delle più recenti tornate elettorali e alla tradizione, che ha sempre un certo peso, gli spostamenti sembrano decisamente sfavorire i democratici tanto da far ritenere che – a meno di sconvolgimenti oggi imprevedibili e in una campagna per così dire normale – se davvero, anche sulla scia del recente successo di Schwarzenegger, la California dovesse passare in mano repubblicana, il candidato del partito dell’asino John Kerry non avrebbe probabilità alcuna di detronizzare George Walker Bush.
Ecco, infatti, gli Stati che hanno visto aumentare il numero dei loro ‘voti elettorali’: Arizona, da otto a dieci; California, da cinquantaquattro a cinquantacinque; Colorado, da otto a nove; Florida, da venticinque a ventisette; Georgia, da tredici a quindici; Nevada, da quattro a cinque; North Carolina, da quattordici a quindici; Texas, da trentadue a trentaquattro.
Vuole il caso che, esclusa la California, la maggior parte degli Stati or ora elencati sia quasi sempre terra di conquista per i repubblicani, la qual cosa, dovessero ripetersi i risultati ‘tradizionali’, comporterebbe un guadagno per il partito dell’elefante di notevoli dimensioni.
D’altra parte, tale conclusione è incontrovertibile ove si rammenti che gli Stati che hanno subito una diminuzione del numero dei loro delegati sono in assoluta maggioranza tra quelli assai spesso fedelmente democratici. Ad esempio: New York, da trentatre a trentuno; Pennsylvania, da ventitre a ventuno; Connecticut, da otto a sette; Illinois, da ventidue a ventuno; Ohio, da ventuno a venti; Wisconsin, da undici a dieci.
Essendo duecentosettanta il minimo di voti elettorali necessari per vincere, in queste condizioni -torniamo a dirlo – il rivale di Bush avrà la sue belle gatte da pelare e pochissime chances in caso di perdita della California.
Quanto alla personalità del candidato democratico, sembra opportuno, anche al di la di quanto sopra esposto, interrogarsi, fortemente dubitando, sulle sue reali prospettive di vittoria considerato che:
1) In primo luogo, Kerry, senatore del Massachusetts rappresenta quella particolare elite democratica, esclusiva e danarosa, della costa atlantica poco gradita ai democratici conservatori del Sud;
2) A torto o a ragione, è percepito da buona parte degli elettori come un intellettuale vicino ai valori europei e lontano dal popolo;
3) E’ cattolico, e pur essendo oggi questo un impedimento ‘minore’, bisogna rammentare che solo altri due suoi correligionari (Smith nel 1928 e Kennedy nel 1960) sono arrivati alla nomination e solo uno ha vinto;
4) Non è mai stato governatore e tra gli ultimi presidenti solo Bush senior, prima di arrivare a White House, non aveva già dato prova a livello locale delle sue capacità di governo;
5) E’ un candidato ‘anziano’ in una nazione di giovani e bisogna tornare a Reagan per trovare un aspirante alla presidenza più vecchio.
A bocce ferme, salvo gravissime crisi, Kerry rischia di fare a novembre la fine del suo conterraneo Dukakis, demolito da Bush padre nel 1988!

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