Il Centro Pannunzio di Torino protagonista dell’ultimo libro di Quaglieni.

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Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell’Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell’attività del Centro “Mario Pannunzio” di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro.

Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l’ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di “Maestri e amici”. Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l’espressione “Le radici”.

Perché i Cinque Stelle non convincono

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Il voto del Senato riguardante il senatore Augusto Minzolini ha suscitato le vibranti proteste del Movimento Cinque Stelle. Dico subito che, avendo ascoltato la diretta del dibattito parlamentare (tramite Radio Radicale) e, in particolare, l’autodifesa di Minzolini, non trovo nulla di scandaloso nel modo in cui il Senato ha votato.

La discussione ha riguardato, tra l’altro, un argomento che si trascina da troppo tempo e che, effettivamente, compromette non poco la credibilità della funzione giudicante nel nostro ordinamento. Un appartenente all’ordine giudiziario può pure impegnarsi in politica, farsi eleggere a cariche elettive, ricoprire importanti incarichi di governo e di sottogoverno. Deve essere chiaro, però, che dopo che ha così varcato il Rubicone, con la magistratura ha chiuso. Non può, dopo dieci, vent’anni, d’intenso impegno politico, ritornare a fare il giudice come se nulla fosse; esercitare funzioni inquirenti (ufficio del Pubblico ministero), e, meno che mai, giudicanti. Tutto questo non deve essere possibile perché il giudice, una volta diventato politico, perde i requisiti fondamentali che devono connotare il mestiere di magistrato: essere, ed apparire, “terzo” ed imparziale rispetto alle parti processuali. Non si tratta soltanto di consentire al cittadino di ricusare nel processo il giudice che considera non imparziale, perché magari questi ha avuto rilevanti responsabilità in un partito avverso all’orientamento in cui si riconosce quel cittadino medesimo.

Davvero difficile diventare ed essere se stessi a Francesco Salvi – che ci è riuscito – in occasione della sua mostra di pittura che si apre il 23 marzo a Milano, in Sant’Ambrogio

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Malinconico,
sulla carta, sullo schermo e nella vita ho amato e amo
quelli che hanno già detto e dato tutto,
quelli che sanno che è inutile continuare e non per questo sono in grado di smettere,
quelli che si battono per una causa persa sapendo benissimo che non servirà a niente (e, del resto, non è forse solo per le cause perse che vale la pena di combattere?),
quelli che soffrono ma non mollano,
quelli che sanno come va il mondo e ciò malgrado sperano,
quelli che sono capaci di contraddirsi,
quelli che sanno invecchiare,
quelli che sono più grandi della vita,
quelli che amano senza nulla pretendere,
quelli che si sacrificano e non te lo fanno pesare,
quelli che sanno come uscire di scena,

I magistrati in politica

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Non di rado nel nostro paese ci sono magistrati che intraprendono la carriera politica e vengono anche eletti nelle magistrature locali o nazionali.
Il che è legalmente consentito ma sarebbe ottima cosa evitarlo perché nel cittadino può.
insorgere il dubbio che tali magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, specie quando sono monocratici, possano non essere “veramente” “super partes”.
Sarebbe poi da vietare, per legge, agli stessi, di fruire di un periodo di aspettativa e, “a loro libito”, di poter chiedere di rientrare nei ranghi una volta dimessisi d a una carica politica elettiva (deputato, senatore, consigliere comunale etc.).
 Il magistrato deve essere, come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni sospetto.
Ci piace chiudere citando Orazio: (v.”Odi”,4,9,41): “Bonus atque fidus judex honestum praetulit utile” (= buono e sicuro è il giudice che antepone l’onestà ad ogni vantaggio personale).

Recensione a: Pier Franco Quaglieni, Figure dell’Italia civile, golem Edizioni, Torino 2017

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Nel 1915 Giovanni Amendola, uno dei più noti pensatori liberali del secolo scorso, in un saggio dal titolo Etica e Biografia scriveva che quest’ultima «può fornirci […] una conoscenza più ricca e più nitida della vita morale, di quanto la stessa etica non sappia dirci». Molti anni prima, in un’opera rimasta a lungo – lo era ancora quando Amendola scriveva il suo saggio – inedita: Istorica. Lezioni di enciclopedia e metodologia della storia, un famoso storico tedesco, Johann Gustav Droysen, tra quelle che per lui erano le più importanti forme di esposizione storica, collocava, appunto, la “biografia”. Questa, scriveva, non è un genere adatto a tutti i personaggi storici, ma è «indicata soltanto in certe circostanze»: il biografo, infatti, «non può […] fare null’altro che immedesimarsi, per così dire, nella vita e nella personalità che descrive, per acquisire il suo orizzonte, il suo ambito di pensieri, il suo modo di sentire, descrivendola in certa misura per parlare a partire da essa stessa; il lettore ha il piacere di comprendere ogni azione e creazione dell’eroe, il suo parlare e pensare a partire dalla personalità di quello, di familiarizzarsi con i processi della sua vita interiore di cui ogni sua parola ed opera danno testimonianza».

La “coprolalia” nei dibattiti televisivi

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La “coprolalia” (dai termini greci: “copros”= escremento, sterco; “lalia”= cicaleccio, chiacchera) è un comportamento compulsivo patologico che provoca nel soggetto che ne è affetto la necessità impellente di pronunziare parole o frasi dal contenuto osceno e/o volgare.
Le origini di tale disturbo possono derivare vuoi da una turba psichica vuoi da fattori ambientali in grado di favorirla.
La “coprolalia” colpisce in misura maggiore la fascia adolescenziale mentre tende a decrescere con l’aumentare dell’età.
Da qualche tempo la “coprolalia” o più semplicemente il “turpiloquio” è sempre più presente nei dibattiti televisivi anche ad opera di persone d’indubbia cultura.
Crediamo che il fenomeno non sia, in generale di natura patologica, bensì lo specchio di una società decadente.

Sembra, invero, che gli studiosi di epigrafia latina individuino subito u n testo del periodo della decadenza dell’impero dagli errori di grammatica o sintassi presenti nell’epigramma.